In occasione del progetto “Estate a Napoli”, promossa dal Comune, dal 3 settembre all’8 ottobre il Chiostro dell’ISIS Alfonso Casanova (a Piazzetta Casanova) ha l’onore di ospitare le proiezioni di ben undici film a cui gli spettatori possono assistere gratuitamente. Ciò che li accomuna è il loro tema, ovvero “Sguardi di Donna: Storie di libertà, resilienza e identità”. Alle ore 21 del 24 settembre il Chiostro si farà cornice della storia di “Rosa Pietra Stella”, il film del 2020 a cura di Marcello Sannino. La proiezione racconterà la vita di Carmela, una donna che si trova catapultata in un giro di affari con gli immigrati clandestini che popolano i vicoli del Centro Storico di Napoli. La trama è anche intrecciata con il suo rapporto difficile con la figlia Maria e la storia d’amore con il quarantenne algerino Tarek. Per comprendere meglio l’essenza del film, vi lasciamo all’intervista con il regista.
“Rosa pietra stella” si ispira a un racconto di vita vera, quello di una donna che lei conobbe anni prima. Qual è stato l’elemento scatenante che le ha fatto venire l’idea di costruire un film grazie a quell’incontro?
“L’elemento scatenante che mi portò a pensare di scrivere un film era la complessità della vita e del carattere di questa persona, che ogni giorno aveva una un’avventura nuova. Aveva una vita avventurosa e allo stesso tempo fragilissima. Quindi esisteva questo conflitto tra la sua veemenza, il suo talento e la fragilità della sua condizione sociale. All’inizio l’idea era quella di fare un film documentario su di lei, seguirla e raccontare le sue avventure e il suo quotidiano però sarebbe stato troppo compromettente e sarebbe stato un film infinito.
Quindi ho pensato di ricostruire una storia invece che tenesse presente delle caratteristiche del carattere di questa persona e che però fosse immerso nella situazione sociale e politica di una parte di mondo, che sono le vite marginali. Perciò quelle di tutti i quartieri più poveri delle grandi metropoli che si incontrano con la realtà degli immigrati. Soprattutto poi mi interessava il rapporto madre–figlia“.
Nel film Carmela vive una condizione fatta di precarietà, solitudine e difficoltà familiari, ma non viene mai ridotta semplicemente alla sua condizione sociale. Quanto era importante, per lei, raccontare prima di tutto la storia di una donna e non un “problema sociale”?
“Questo si collega alla risposta di prima. Mi interessano le persone. Ovviamente, le persone sono inserite in un contesto sociale, quindi per me il valore di un film è prima di tutto poetico: racconta una visione, una poetica, che è un termine che ha a che fare con la poesia, ma che non è solo un linguaggio. È una visione, in questo caso, dell’essere umano, della persona, che è inserita in un contesto e che è in conflitto con il contesto sociale. Quindi le due cose vanno assieme. Però, quello che mi interessa di più è il linguaggio, è partire dalla persona, dalla realtà.
Napoli e Portici non sembrano essere semplicemente lo sfondo della vicenda, ma partecipano alla costruzione dei personaggi e della storia. Che ruolo hanno avuto questi luoghi nella sua formazione personale e professionale?
“La città, in particolare Napoli, ho cercato in realtà di lasciarla di sfondo, nel senso che questa è una storia che può accadere ovunque. Poi c’è una dimensione architettonica, urbanistica e anche di frammentazione sociale che aiuta: questo accade in tutte le grandi metropoli europee, non solo a Napoli. Da questo punto di vista, Napoli ha una sua forza prorompente e quindi è facile che subito diventi un film su Napoli. Io ho cercato di evitare questa cosa e mi è stato anche riconosciuto negli articoli che ho avuto sia in Europa che in Italia. La prima cosa che mi veniva riconosciuta era il fatto che il mio fosse un film di respiro internazionale, cioè che questa storia universale potesse essere ambientata in qualsiasi luogo, in qualsiasi grande metropoli.
Portici è il cuore, lo conosco e mi faceva piacere muovermi in questi paesaggi, in queste strade, in queste dimensioni che conosco bene. Poi c’è un discorso a sé per quanto riguarda Portici, perché ha una caratteristica, anche in questo caso, sociale molto particolare. È un paese con poco conflitto sociale, dove tutti stanno più o meno bene e quindi anche chi sta in una condizione sociale più debole si nasconde. E quindi lei va a Napoli a cercare la vita e il lavoro, a mostrare la sua fragilità. Mentre a Portici, nel suo paese, con queste peculiarità (ma questo non esce dal film, è difficile raccontarlo) ci si mostra meglio di quello che si sta, insomma, si cerca sempre di dimostrare di stare meglio di quella che è la realtà.” .
Il titolo “Rosa Pietra Stella” è molto evocativo. Da dove nasce e che significato assume per lei rispetto alla protagonista e alla sua storia?
“Il titolo nasce dalla lettura della sceneggiatura con uno dei produttori, Gaetano Di Vaio, che purtroppo poi è venuto a mancare ormai un paio di anni fa. Lui, quando seppe che la protagonista si chiamava Carmela, pensò alla canzone di Sergio Bruni, “Carmela”. Quando poi andai via da quell’appuntamento, ci pensai e mi resi conto che effettivamente c’erano delle somiglianze tra il personaggio protagonista della canzone e quello del film. C’è un verso che dice: “E tu staje là, tu rosa, preta e stella. Tu chiagne sulo si’ nisciuno vide e strille sulo si’ nisciuno sente“. Parla quindi di una donna che nasconde i propri sentimenti e questo mi sembrava molto simile alla protagonista del film. Quindi ho preso proprio quel verso per il titolo.”.
Nel film Carmela incontra Tarek, un uomo che vive a Napoli da vent’anni e che, come lei, porta con sé una condizione di solitudine e marginalità. Come descriverebbe la relazione tra i due?
“Un personaggio principale, perché forse è uno dei pochi personaggi positivi maschili del film. Lui ha una situazione, un approccio alla vita più sereno, più maturo e quindi vorrebbe calmarla un po’. Si innamora di lei, mentre lei è felice di questa amicizia, lo riconosce, si intenerisce, però è talmente presa dalla sua necessità che, a un certo punto, cerca di sfruttare la situazione, andando poi a sbattere contro un muro. E quando poi decide, a un certo punto, di fare l’amore con lui lo fa come come se fosse una doccia, come se si ripulisse, e anche per ripagarlo in qualche modo, a modo suo. Tarek rappresenta la voce proprio di tutti quelli con cui bisognerebbe allearsi anziché farne una guerra, una sorta di alleanza nella marginalità contro il vero potere.“.
Lei ha iniziato occupandosi di architettura e di editoria indipendente, per poi dedicarsi al cinema e al documentario. Quanto queste esperienze hanno contribuito a costruire il suo modo di osservare le persone e gli spazi?
“La mia passione per l’architettura riguarda proprio la dimensione della composizione e il cinema è sempre composizione, inquadratura. Adoro registi come Ozu, che fanno della composizione nelle case e nella città la loro cifra, oltre a quella di dedicarsi poi all’essere umano. È sempre questo insieme tra la concentrazione sulla persona e i luoghi, la casa, le città. Adoro filmare le città nella loro vita, quindi la mia idea del cinema è sempre legata a un contesto architettonico, dove le persone agiscono con la loro complessità, con il loro peso, con il loro bagaglio di esperienze, di sofferenze o di felicità. E i luoghi sono sempre fondamentali.
Questo anche lo ritrovate anche per “Porta Capuana”, che è un mio film documentario tutto su un luogo. I luoghi per me diventano dei personaggi, sicuramente, basta che non diventino il personaggio: Napoli può diventare il personaggio, ma un luogo specifico invece ha una sua entità. Io adoro raccontare l’entità del luogo e, nel caso di “Rosa Pietra Stella”, i luoghi sono quelli che creano anche il sentimento, cioè la bellezza o il degrado dei luoghi possono influire, ovviamente, sull’essere umano.” .
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