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Interviste impossibili: oggi ci è venuto a trovare Fernando Pessoa

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Oggi ci è venuto a trovare Fernando António Nogueira Pessoa, poeta, scrittore e aforista portoghese. È considerato uno dei maggiori poeti di lingua portoghese: parliamo di eteronomia e di consapevolezza della vita. Nacque nel 1888 nel distretto di Lisbona dove morì nel 1935. Influenzato da Luís de Camões, William Shakespeare e altri, costruì una lunga serie di identità, eteronomi: Alberto Cajero, Alvaro de Campos, Ricardo Reis, che sono solo alcuni dei nomi inventati dal poeta. Gli eteronimi contribuirono ad accrescere il mistero che lo circondava, creando delle vere e proprie vite parallele che vivevano attraverso la poesia, un vero maestro. Ogni personaggio aveva un proprio stile e una propria vita al punto da far nascere il dubbio nei lettori che lo stesso Fernando Pessoa altro non fosse che un ennesimo eteronimo di un poeta portoghese.

Pessoa dimostrò che la vita va vissuta in base a quello che vogliamo farne di essa, senza troppi ragionamenti sovrastrutturali, col minimo economico e il massimo della cultura, ed è per questo che visse sempre in modeste condizioni: i suoi scritti, una gran mole di scritti, furono per lo più inediti, tranne quando collaborava ad alcune riviste letterarie e ritrovati nel famoso baule dopo la sua morte.

Cosa può dire a coloro che hanno timore dei cambiamenti e perciò si rifuggono nell’insignificante presente?

C’è un tempo in cui devi lasciare i vestiti, quelli che hanno già la forma abituale del tuo corpo, e dimenticare il solito cammino, che sempre ci porta negli stessi luoghi. È l’ora del passaggio: e se noi non osiamo farlo, resteremo sempre lontani da noi stessi.

Può darci una spiegazione sul suo uso dell’eteronimia?

Comincio dalla parte psichiatrica. L’origine dei miei eteronimi è il profondo tratto di isteria che c’è in me. Non so se sono semplicemente isterico o se non sono, più propriamente, isterico-nevrastenico. Propendo per questa seconda ipotesi perché si danno in me fenomeni di abulia che l’isteria propriamente detta non annovera tra i suoi sintomi. Sia come sia, l’origine mentale dei miei eteronimi risiede nella mia tendenza organica e costante alla spersonalizzazione e alla simulazione.

E ha superato questi suoi ricorsi “isterici” e come?

Si sono mentalizzati in me, voglio dire che non si manifestano nella mia vita pratica esteriore e di contatto con gli altri. Esplodono verso l’interno, e io li vivo nella mia solitudine. Se io fossi una donna - nella donna i fenomeni isterici si manifestano in attacchi e cose simili -, ogni poesia di Álvaro de Campos (la parte più istericamente isterica di me) sarebbe un allarme per il vicinato. Ma io sono un uomo, e negli uomini l’isteria assume principalmente aspetti mentali; così tutto finisce nel silenzio e nella poesia.

Perché ha deciso di “precludersi” al mondo, annullando la sua personalità?

L’esclusione che mi sono imposto dagli scopi e dai movimenti della vita; la rottura che ho cercato del mio contatto con le cose mi hanno portato precisamente verso ciò che cercavo di evitare. Io non volevo sentire la vita né toccare le cose, sapendo con l’esperienza del mio temperamento al contagio del mondo che la sensazione della vita era sempre dolorosa per me. Ma evitando quel contatto mi sono isolato, e nell’isolarmi ho esacerbato la mia sensibilità già eccessiva.

Ma la sua è stata una fuga dal presente o una difesa nei suoi confronti?

Volevo isolarmi completamente, ma l’isolamento totale non può avvenire. Per quanto faccia poco, respiro, per quanto poco agisca, mi muovo. E così, riuscendo a esacerbare la mia sensibilità attraverso l’isolamento, sono riuscito a fare in modo che i più piccoli fatti, che prima non avrebbero avuto importanza per me, mi ferissero come catastrofi. Ho sbagliato il metodo di fuga. Sono fuggito, attraverso uno scomodo stratagemma, verso lo stesso luogo dov’ero, con la fatica del viaggio che si è aggiunta al disgusto di vivere in quel luogo o in un altro luogo.

Ci può dare una sua definizione di letteratura?

La letteratura, come tutta l’arte, è la confessione che la vita non basta.

Nella sua vita ha scelto di vivere in altri che poi non sono che proiezioni di se stesso. Ma non è un sentimento doloroso il non essere se stessi, un’emozione assurda? 

I sentimenti più dolorosi e le emozioni più pungenti, sono quelli assurdi. I miei sono la pena di non essere un altro, l’insoddisfazione per l’esistenza del mondo.

Cosa pensa della poesia metafisica che più poeti oggi compongono? 

La metafisica mi è sempre sembrata una forma comune di pazzia latente. Ci basta, se riflettiamo, l’incomprensibilità dell’universo; volerlo capire è essere meno che uomini, perché essere uomo è sapere che non si capisce.

E della felicità? 

La felicità è fuori dalla felicità. Non c’è felicità se non con consapevolezza. Ma la consapevolezza della felicità è infelice, perché sapersi felice è sapere che si sta attraversando la felicità e che si dovrà subito lasciarla.

La sua vita è stata a dir poco piena di misteri, nascondendo la sua vera vita. Ripercorrerebbe nuovamente la via della finzione?

Il poeta è un fingitore. Finge così completamente che arriva a fingere che è dolore il dolore che davvero sente. La vita è quel che decidiamo di farne. Ciò che vediamo non è ciò che vediamo, ma quello che siamo. E se tutti noi fossimo sogni che qualcuno sogna, pensieri che qualcuno pensa?

Ecco un altro fantasma che pone domande, cui non so rispondere.

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