Avete mai sentito parlare di “portfolio career” o “carriera mista“? Si tratta di un modello di lavoro in cui una persona non svolge un unico impiego a tempo pieno per tutta la vita, macombina contemporaneamente o alternativamente più attività professionali. Abbiamo intervistato unainfluencerdi origini italiane, Luisa Ruocco, che ci ha permesso di conoscere la sua storia lavorativa e ci ha dato le sue idee su questo tema.
Hai studiato Economia all’Università di St Andrews e inizialmente hai intrapreso un percorso professionale più tradizionale. Cosa ti ha spinta ad avvicinarti al mondo dei media, della televisione e della comunicazione digitale?
Nella mia famiglia, da entrambe le parti, ci sono sempre stati tanti imprenditori, quindi l’idea di creare qualcosa di mio mi ha accompagnata fin da piccola. Non sapevo minimamente cosa, però! Sono sempre stata molto studiosa, e dopo l’università, ho seguito una strada piuttosto tradizionale, entrando nel settore bancario nella City di Londra. Era un ambiente stimolante, ma non mi vedevo a trascorrere la vita incollata a una scrivania ad implementare la visione di qualcun altro.
A un certo punto mi sono presa un anno sabbatico e sono partita. Ho viaggiato per dodici mesi, durante i quali mi sono fatta una domanda semplice: «Se potessi scegliere liberamente, senza pensare a quanto guadagnerei, come vorrei passare le mie giornate?». La risposta è arrivata quasi da sola: viaggiando, conoscendo persone nuove e raccontando quello che scoprivo. Ho cominciato a pensare che forse potevo farne un lavoro.
C’era però anche un peso più personale. Ci siamo trasferiti a Londra quando avevo dieci anni e, da figlia di immigrati, sentivo la responsabilità di fare qualcosa di importante, anche agli occhi degli altri, quasi per dimostrare che i sacrifici fossero valsi la pena. A 23 anni, avere già un lavoro ben pagato in banca sembrava proprio la conferma che ce l’avevamo fatta. Eppure, per quanto ne fossi orgogliosa, non era la vita che immaginavo per me. Lasciare quella sicurezza è stato difficile, ma mi ha permesso di costruire un percorso che oggi va dai social al giornalismo e alla televisione. E gli studi non li ho certo buttati via: l’ambiente competitivo di St Andrews mi ha insegnato a ragionare con metodo, mentre la finanza mi ha dato la disciplina che uso ancora oggi per gestire le mie attività.
La tua identità italiana è una parte importante del tuo profilo internazionale. Quanto influenza il modo in cui ti presenti all’estero e cosa significa per te promuovere la cultura e la moda italiana, anche attraverso eventi come quelli che hai organizzato durante la London Fashion Week?
Il tema dell’identità mi ha sempre incuriosita, forse perché nella mia famiglia non c’è mai stata una risposta semplice alla domanda «Di dove sei?». Sono nata in Svizzera da mamma brasiliana e papà italiano. Sono cresciuta tra Italia e Inghilterra, ho studiato in Scozia e ho vissuto negli Stati Uniti, dove torno spesso. Eppure, con tutto questo intreccio di Paesi e culture, mi sono sempre sentita quasi completamente italiana.
Crescendo così ti chiedi cosa significhi davvero appartenere a un luogo. Contano il passaporto, le origini, la lingua? Per me contano soprattutto i valori e quelle abitudini che assorbi senza nemmeno accorgertene. Porto con me tutte queste influenze, e ne sono felice, ma l’Italia resta il filo che tiene insieme tutto. Anzi, più tempo passo all’estero, più me ne rendo conto.
Me ne accorgo nelle piccole cose, che quando vivi in Italia finisci per dare per scontate: una tavola apparecchiata con cura per il pranzo della domenica, il piacere di stare tutti insieme a mangiare, qualcuno che si veste bene anche solo per andare a prendere un caffè. È un’attenzione alla bellezza che va ben oltre la moda e che racconta molto del nostro modo di vivere.
È questo che cerco di trasmettere anche attraverso gli eventi che ho organizzato durante la London Fashion Week. Dietro un abito ci sono spesso una storia di famiglia, un mestiere tramandato, un’intera idea di bellezza. Essere cresciuta tra mondi diversi mi aiuta a raccontare tutto questo a chi lo scopre per la prima volta. Mi piace fare da ponte tra le culture, senza dover rinunciare a nessuna parte di me. Forse è proprio vivendo in tanti posti che ho capito meglio dove mi sento a casa.
La tua carriera è un esempio di quella che viene spesso definita una “portfolio career”, ossia un percorso professionale che combina attività diverse anziché seguire un’unica strada. Quali sono, secondo te, i principali vantaggi di questo modo di lavorare?
La prima cosa che mi viene in mente è la libertà. Posso organizzare le giornate e lavorare praticamente ovunque: magari una settimana sono in Italia a scrivere un articolo, quella dopo a New York per delle riprese, e nel frattempo seguo un’attività imprenditoriale a Londra che non ha nulla a che vedere con i media dal lounge di un aeroporto. Per me è un privilegio enorme, che mi permette di coltivare interessi diversi ed essere presente a tutti i momenti important delle persone a me piu care.
C’è però un altro vantaggio a cui tengo molto, ed è la possibilità di diversificare. Le crisi economiche e le incertezze politiche degli ultimi anni ci hanno mostrato quanto velocemente possano cambiare le cose. Se dipendessi da un unico settore o da clienti concentrati in un solo Paese, le difficoltà di quel mercato potrebbero mettere a rischio tutto il mio lavoro. È il principio della diversificazione che ho studiato all’università: muoversi tra settori e mercati diversi non elimina il rischio, ma ci rende meno vulnerabili.
Naturalmente questa libertà ha anche un prezzo. Quando porti avanti attività diverse, passi dalle idee creative ai contratti e ai conti magari nel giro di un pomeriggio, e staccare davvero non è facilissimo! Però mi piace proprio questo: non mi annoio mai e spesso mi sorprende scoprire quanto una cosa imparata in un settore possa tornarmi utile in un altro.
Che consiglio daresti ai giovani professionisti che sentono la pressione di dover scegliere una strada precisa fin dall’inizio della propria carriera?
Direi di non vivere la scelta dell’università come una decisione che determina tutto il resto della vita. Io ero molto brava sui libri e qualcuno mi immaginava già medico o avvocato. Ho scelto Economia anche perché era una facoltà abbastanza seria da tranquillizzare tutti, ma allo stesso tempo mi lasciava tante strade aperte. Il mondo degli affari mi interessava, ma non sapevo ancora quale sarebbe stato il mio posto.
La cosa buffa è che qualche anno dopo, quando il mio seguito sui social ha cominciato a crescere, sono arrivati consigli molto simili. «Devi scegliere una nicchia. Chi ti segue per i ristoranti non vorrà vederti mentre ti trucchi, e chi ama i tuoi contenuti sugli alberghi non sarà interessato a quello che mangi». Io invece mi divertivo a raccontare giornate sempre diverse. Mi piaceva l’idea che le persone venissero un po’ con me, come si fa con un’amica. Oggi è proprio una delle cose che mi dicono più spesso: seguirti è come accompagnarti nella vita di tutti i giorni. Alcuni mi seguono da quasi dieci anni e mi hanno vista crescere, cambiare e attraversare tante fasi diverse della mia vita.
Per fortuna ho ascoltato il mio istinto. Nel 2018 e nel 2019 raccontavo soprattutto alberghi, ristoranti, viaggi e serate mondane; poi è arrivato il lockdown e tutto quel mondo si è fermato. Se mi fossi chiusa in una sola categoria, sarei stata nei guai. Invece il pubblico era già abituato ai miei tanti interessi e ha continuato a seguirmi anche a casa, tra ricette, tavole apparecchiate, tovaglioli piegati in mille modi e prodotti di skincare consegnati a domicilio. È nata un’intimità diversa: persone abituate a vedermi tutta elegante, pronta a uscire a Londra o New York, si ritrovavano con me in pigiama, senza trucco, mentre preparavo una focaccia o sistemavo il giardino.
Mi ha fatto capire che non bisogna per forza scegliere una sola versione di sé e restare uguali per sempre. Vale anche per chi oggi deve decidere cosa studiare: ascoltare i consigli è importante, ma il mondo cambia e anche noi cambiamo. Meglio costruirsi delle basi solide, restare curiosi e lasciare spazio a strade che a vent’anni non possiamo ancora immaginare.
Hai lavorato sia nei media tradizionali, tra televisione e BBC Radio, sia nel mondo digitale. Cosa pensi che ciascuno di questi due ambiti possa offrire che l’altro non riesce a dare?
Per me la differenza più interessante sta nel rapporto con il pubblico, ma anche nel modo in cui nasce una storia. Quando lavori in televisione, in radio o per una testata affermata, hai una redazione con cui confrontarti: persone che verificano, fanno domande, ti propongono prospettive diverse e a volte ti aiutano a trovare un aspetto che da sola non avresti colto. È una parte del lavoro che apprezzo moltissimo, insieme alle possibilità che offre una produzione fatta da tanti professionisti.
Sui social il confronto arriva in un altro momento, quando pubblichi. Leggere subito i messaggi, le domande e perfino i racconti personali di chi ti segue è una sensazione bellissima. Col tempo nasce una fiducia reciproca e si finisce quasi per crescere insieme. È questa vicinanza che mi ha fatto innamorare del lavoro online.
Sono due esperienze diverse, e non credo che una debba prendere il posto dell’altra. Il digitale ha dato a moltissime persone la possibilità di raccontarsi, anche se naturalmente avere tanti follower non significa essere esperti di tutto; una redazione, invece, può offrire quel confronto critico e quelle competenze che aiutano a dare profondità a una storia. Lavorare in entrambi mi ha insegnato ad apprezzare sia la libertà di parlare direttamente alle persone sia il valore di chi, prima di pubblicare, ti fa la domanda giusta. Alla fine, che sia un articolo, un programma o un video su Instagram, conta avere qualcosa di interessante da dire e saperlo raccontare con cura.


























