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Interviste impossibili: oggi ci è venuto a trovare il fantasma di Fabrizio De André

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Oggi mi è venuto a trovare il fantasma di Fabrizio De André, il cantautore genovese, quello de La canzone di Marinella (che scivolò nel fiume a primavera / ma il vento che la vide così bella / dal fiume la portò sopra una stella…). Non avrebbe bisogno di presentazioni il Fabrizio (alcune istituzioni, dopo la sua morte, gli hanno dedicato vie, parchi, piazze, scuole e biblioteche), ma per quel 1 o 2 o 3 o forse 5% che non conosce le sue canzoni, dico che è nato a Pegli (GE) nel 1940 ed è morto a Milano nel 1999, diciassette anni fa. Spirito anarchico, anticonformista e pacifista, è stato uno tra i più importanti cantautori italiani. Faber, appellativo datogli dall’amico d’infanzia Paolo Villaggio per la passione di De André dei pastelli Faber-Castell, esponente della cosiddetta “Scuola genovese” che annoverava, tra gli altri, Luigi Tenco, Gino Paoli, Bruno Lauzi e Umberto Bindi, ha iniziato studiando le canzoni di Bob Dylan, e forse per questo (come nel cantautore statunitense) i suoi testi, considerati delle vere poesie (sono state inserite in varie antologie scolastiche di letteratura già dai primi anni settanta, e hanno avuto l’avallo del poeta Mario Luzi) raccontano storie di prostitute, ribelli, emarginati, di libertà e di amore senza condizionamenti, rifiutando ogni imposizione capitalista e del potere politico.

Quando è nata la sua passione per la musica, per la canzone?

Dopo aver letto l’Estetica di Benedetto Croce, dove dice che tutti gli italiani fino a diciotto anni possono diventare poeti, dopo i diciotto chi continua a scrivere poesie o è un poeta vero o è un cretino. Io, poeta vero non lo ero. Cretino nemmeno. Ho scelto la via di mezzo: cantante.

Lei è ritenuto uno dei capisaldi della musica d’autore italiana, un genio.

Per carità! Il genio è quello che inventa o scopre risorse per l’umanità. Io mi ritengo un semplice menestrello che canta favole in forma di poesia, però con soggetti e situazioni che hanno poco a che fare con il mondo favolistico: parlo di persone anomale per una società sorda e cieca ai problemi degli ultimi, di antieroi dannati, di diseredati, di prostitute, di vittime di cronaca nera, il tutto filtrato dall’amore per la vita.

Come il caso de La canzone di Marinella?

Sì. Parla di una prostituta annegata da un delinquente. Una favola tra i fiordalisi che finisce in tragedia una sera sotto le stelle. Anche in Bocca di rosa si parla di una prostituta… C’è chi l’amore lo fa per noia / Chi se lo sceglie per professione / Bocca di rosa né l'uno né l'altro / Lei lo faceva per passione Ecco: amore per passione e non per imposizione.

Siamo in errore se definissimo le sue canzoni dei sogni, delle piccole favole?

Il sogno di una favola di un mondo bellissimo, fatto di pace, di fratellanza, di amore, di libertà. Ma la realtà è un’altra, è la guerra di Piero che non finisce mai.

Nell’album La buona novella del 1970, da lei ritenuto il miglior lavoro del suo repertorio, una specie di preghiera alla madonna, lei si rifà ai Vangeli apocrifi, al Protovangelo di Giacomo e al Vangelo arabo dell’infanzia, come lei stesso ha ammesso: per blasfemia o per dirci qualcos’altro?

Senza dubbio La buona novella, è quello più ben scritto, meglio riuscito. Sottolineo come la religione cristiana abbia sempre capovolto le carte in tavola a suo piacimento o per giustificare carneficine e raggiri. Per esempio i nomi dei ladroni variano da vangelo a vangelo (Dimaco, Tito, Disma, Gesta). Tito è il ladrone buono nel vangelo arabo dell’infanzia. Volevo sottolineare l’aspetto umano della figura di Gesù, in forte contrapposizione con la dottrina di sacralità e verità assoluta che è pura invenzione della Chiesa per esercitare il suo potere sugli uomini.

Anche Tutti morimmo a stento ha temi forti.

No, quello è un disco polveroso, barocco, e non dimentichiamoci che sotto il Barocco c’era il peso della Controriforma. Comunque, come dissi in un’intervista rilasciata ad Enza Sampò nel programma RAI in uno degli “Incontri musicali” del 1969, a me dedicato, parlo della morte... Non della “morte cicca”, con le ossette, ma della morte psicologica, morale, mentale, che un uomo normale può incontrare durante la sua vita. Direi che una persona comune, ciascuno di noi forse, mentre vive si imbatte diverse volte in questo genere, in questo tipo di morte - in questi vari tipi, anzi, di morte - prima di arrivare a quella vera. Così, quando tu perdi un lavoro, quando tu perdi un amico, muori un po’; tant’è vero che devi un po’ rinascere, dopo.

Ancora contro la religione. Quale è stato, invece, il suo rapporto con la politica?

Più che un rapporto, direi che è stato uno scontro. Ormai tutti sanno che sono stato un anarchico- esistenzialista, ma questa mia scelta non mi ha impedito di avere dei fastidi. Addirittura i servizi segreti (il SISDE), pur non avendo prove della mia partecipazione a gruppi politici extraparlamentari, mi hanno additato come simpatizzante delle BR, e il mio acquisto di un appezzamento di terreno a Tempio Pausania, come un rifugio di extraparlamentari di sinistra, ignorando che ho scritto una canzone dal titolo Storia di un impiegato dove accuso il terrorismo di essere dannoso per i lavoratori in quanto non abbatte il potere ma lo fortifica, incrementando azioni di forza da parte dello Stato.

E da dove arriva questa loro accusa?

Dal fatto che a Genova avessi contatti con l’ambiente anarchico col quale mi sono limitato soltanto a sostenere economicamente con donazioni la rivista “A/Rivista Anarchica”. Ma lo Stato così agisce: quando non ha argomenti ti butta la merda addosso.

Se fosse ancora in vita, oggi, come si rapporterebbe con la politica?

Da anarchico, ovviamente! Cosa vuoi rapportarti con questa politica che fa carte false pur di conquistarsi il potere, il potere di rubare i nostri soldi, sputando sulla condizione disumana in cui state vivendo. Cosa aspettate a svegliarvi?

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