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Interviste impossibili: oggi ci è venuto a trovare il fantasma di Giacomo Debenedetti

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Oggi ci è venuto a trovare il fantasma di Giacomo Debenedetti (Biella25 giugno 1901 – Roma20 gennaio 1967), scrittoresaggista e critico letterario italiano. Fu tra i maggiori interpreti della critica letteraria in Italia nel XX secolo (il primo critico italiano, come lo definì un altro grande critico del Novecento), uno dei primi ad accogliere la lezione della psicoanalisi e delle scienze umane in genere, e tra i primi a cogliere tutta la portata del genio di Marcel Proust. In volume pubblicò poco in vita, assai più corposa la produzione postuma. Mi accingo ad intervistarlo, nonostante non abbia avuto molta simpatia per i movimenti avanguardistici, uno dei primi critici che ho letto.

Questa volta vorrei fare un’intervista diversa dalle altre, limitandomi al personaggio-uomo, che è anche il titolo di un suo volume pubblicato postumo (l’ho consumato quel libro quando era giovane), cioè al rapporto tra l’autore e i suoi personaggi. Ma prima due parole sull’umanità.

Oggi si vede chiaro che dai romanzi iniziali del nostro secolo usciva un'immagine stravolta, sofferente dell'uomo, che quest'immagine doveva “aprirsi come una scorza” (adopero parole di Proust), “epifanizzarsi” (adopero quella di James Joyce), rivelare la persona dietro le spiritate e proteiformi contorsioni del personaggio (mi riferisco a Pirandello) per venire a capo di un nucleo umano protestatario e imbavagliato, tenuto in mora, impedito di esprimersi da un mondo, da una società non più in accordo con sé medesima.

E sul ruolo del critico?

A costo di sembrare inattuale, il critico deve tenere in salvo per l'indomani i valori, transitoriamente sconfessati, se crede davvero che siano valori. Posto che egli non si sia sbagliato (ma allora lo si vede subito dai difetti della sua dimostrazione critica), ciascuno di quei valori, apparirà come una tappa necessaria per giungere a nuove e profonde forme d’espressione.  Il compito del critico è di esprimere, al di sopra delle sue legittime, umane aspirazioni ad esprimersi.

Uno dei suoi scrittori preferiti: Marcel Proust. I personaggi in Proust?

Proust seguita a dichiarare che sta cercando delle leggi, ma in lui si è potuto vedere quasi subito lo “sciopero dei personaggi”. Ci buttate nella vita, parevano dire, come un popolo di trovatelli, fidandovi che basti da sola, quella vita che ci avete data, a risolvere le nostre sorti. Non tenete conto che siamo incalcolabili. I personaggi in Proust finiscono tuttavia col fondersi, col fare coro per testimoniare una finalità, una destinazione del vivere, che non vale per essi, tutti rimasti irrisolti nella desolazione del tempo che li ha consumati, tuttavia vale per il loro autore. E si tratta di un processo di iniziazione umana, svolgentesi per vie quasi mistiche e piene di sacri sgomenti, negli ipogei del Temps retrouvé, dove il romanzo di Proust, conduce l’autore ad una delle più alte esperienze religiose del nostro secolo.

Ma i personaggi di Proust cosa ci hanno insegnato?

Quando il trattamento è finito, ci dicono: Adesso guardate. Ed ecco che il mondo, che non è stato creato una volta per tutte, ma lo è tutte le volte che sopraggiunge un nuovo artista, ci appare – pur così differente dall’antico – perfettamente chiaro. Insomma,rivendicano la ricerca della paternità.

Lei ha scritto che Pirandello è uno scrittore che si identifica totalmente coi suoi personaggi. Nel dramma teatrale I giganti della montagna, rimasto incompiuto per avvenuta morte dello scrittore siciliano (poi completato dal figlio Stefano), i personaggi vivono in solitudine. Uno per tutti il mago Crotone. Come il suo autore?

Quell’uomo solo così tormentosamente cercato si ritrova essere lui, l’autore, per miracolo prosciolto dai personaggi e perfino dalla tentazione dei personaggi.

Non c’è soluzione o se c’è da dove arriva?

Dall’inferno delle concretezze, dove il visionario costringe il poeta a tradirsi in immagini
troppo repentine, come di febbre e di delirio. La solitudine viene arrestata dalla improvvisa importanza di una parola singola, che sfora sul recitativo e s’impiglia in se stessa.
Dalla condizione umana non più omogenea con l'idea tradizionale che avevamo dell'uomo, ridiventata enigmatica perché non sa più le sue ragioni d'essere in un mondo in via di cambiamento così nelle strutture come nelle ideologie.

S’impiglia in se stessa?

Pirandello doveva liberare le sue creature dal personaggio, ma alla fine l’uomo solo si ritrova essere lui, l’autore, per miracolo prosciolto dai personaggi.

Un rapporto morale tra i due? E il critico quanto conta in questo caso?

Orfeo non riporta nel mondo la viva Euridice, riporta vivo invece il racconto di come l’ha perduta, e la bellezza del proprio pianto. Il critico rifà il cammino di Orfeo, guidato da quel racconto e da quel pianto, e riconduce viva Euridice, per aiutare se stesso e gli uomini a capire perché sempre si rinnovino quella perdita, quel racconto, quel pianto, e valgono per tutti, e ciascuno vi ritrovi il proprio mito che ricomincia.

La condizione umano-artistica nel Novecento, alla luce del fatto che lei non amava l’avanguardia, specialmente quella movimenti organizzati: futuristi, surrealisti, neoavanguardisti?

Mantenere di continuo alla presenza dei nostri sensi lo strato germinativo degli atti. Il meraviglioso – o se vuole, la “spinta in avanti” - non è che ai grandi poeti siano accaduti certi fatti donde la loro opera sembra aver preso materia. Meraviglioso invece, dalla prospettiva dell’opera compiuta, è che essi abbiano avuto il potere naturale di farsi succedere quei fatti, di diventarne i protagonisti.

Il meraviglioso nella vita dell’uomo comune o del poeta?

Momenti meravigliosi nella vita d’ogni giorno. Gli anni fatti di niente, in cui tornano quotidiani non contano: contano i momenti contratti, le ore che per la loro ferocia durano un immenso tempo presente.  

Passiamo ora in rassegna velocemente alcuni autori che fanno parte della sua esegesi. Il rapporto tra Kafka e i suoi personaggi?

Dietro la materia opaca e visibile il personaggio di Kafka somiglia soltanto all’invisibile delle proprie angosce e conflitti: ognuno dei suoi tratti è un tratto di quell’invisibile.

Landolfi?

Il massimo di chiarezza è al servizio del massimo di procurata oscurità, anzi occultamento.

Dunque Landolfi le ha fatto scoprire la magia della realtà, essendo il Landolfi uno degli esponenti di quel “realismo magico” che ha in Bontempelli il massimo esponente. Insomma: la metafisica come realismo magico?

Direi, “l’altra realtà”, il pastiche di un pastiche immaginario. Il realismo magico non va ricercato nella metafisica ma nella realtà. Quindi possiamo dire: magia della realtà.

Ma con questa sua risposta mi sembra di riscontrare una certa contraddizione: il pastiche è uno dei campi cari all’avanguardia. Comunque, se i futuristi non hanno fatto una nuova arte, dove trova lei forme di novità artistiche nel Novecento?

Nel cinema. Il cinema è uno dei più tipici ed efficaci strumenti di cui la vita moderna si valse per stabilire una circolazione di idee e di stati d’animo tra il popolo e le élites. E una porta aperta in permanenza, che sopprime la clausura degli intellettuali, che rende impossibile – a meno di una bizzarra, anacronistica cocciutaggine – la torre d’avorio.

Allora qual è la funzione di un intellettuale, chi è l’intellettuale vero?

Colui che possiede criteri morali così seri e ragionati, da saper distinguere la corrente profonda e legittima del gusto dagli incartapecoriti proverbi di una morta tradizione; da saper sceverare le tendenze in cui il proprio tempo può adeguatamente riconoscersi dal gergo posticcio dei passatempi momentanei con che gli spensierati scacciano (o sottolineano) la loro noia.

Dunque uno come Joyce che ha fatto di certo la “differenza” tra gli scrittori?

Non solo. La soluzione provvisoria di Joyce è stata ripresa ogni volta che se ne è trovato l’appiglio, dai nostri contemporanei, di mano in mano che la crisi dei personaggi diventava più aggrovigliata e buia. È grazie ad autori come Joyce e Proust se il romanzo si è sviluppato in senso verticalistico, disoccultandolo da trame intime e nascoste del mondo, attraverso l’epifania joyciana e dell’intermittenza del cuore proustiana.

Dopo Joyce, nessuna grande opera narrativa?

Ma cosa credete che sia facile scrivere una grande opera narrativa. Fondamentalmente mi sembranomeglio poeti come Mallarmé, Montale, Saba, Ungaretti, Noventa, Penna, Luzi e Sereni che non narratori come Moravia, Savinio, etc. Non vedrò neanche io la grande opera che tu auguri. Proprio in questi giorni mi sto domandando a che serva questo mio faticoso scrivere: non a me, non agli altri. Se mi dicessero che, dopo la mia morte, qualcuno almeno capirà, forse troverei la necessaria perseveranza. Ma, per quanto posso capire, nemmeno questo mi è promesso.

Ho letto da qualche parte una sua affermazione in cui sottolineava l’importanza di Italo Svevo nel romanzo del 900, colui che ha dato un cazzotto all’ambiente letterario con l’introduzione della psicanalisi.

Nell’analizzare il movimento di Senilità, mi premeva di mostrare come Svevo usi il pezzo (paese, ambiente), come puro materiale, quasi obbedendo consapevolmente ad una regola o convenzione del fare romanzesco (quasi accodandosi ad una scuola), ma poi senta anche il bisogno di smontarlo. Non gli basta di far sentire quanto il pezzo si leghi all’interiorità del dramma, deve depotenziarlo del suo valore di pezzo. Ecco Emilio Brentani ha baciata per la prima volta l’Angiolina poi «guardò a sé d’intorno le cose che avevano assistito al grande fatto». Qui potrebbe attaccare la descrizione ambientale del paesaggio; la quale, date queste premesse, avrebbe già anche acquistata la sua portata psicologica. «La luna non era sorta, ecc.». Invece deve prima smontare il pezzo e attaccare – anzi che in pieno squarcio descrittivo – con un minuscolo, stridulo, depotenziante: – Non c’era male! 

L’ambiente in cui si vive non più come demone responsabile di una vita grama?

L’ambiente, anziché agire sulle persone, fa parte di esse, è attaccato alla loro umanità come una malattia. Se lo portano addosso come un destino. In un rapporto casuale. Si direbbe – se non si temesse di cader nel sottile – che la stessa mancanza di rapporti causali, che corre nei rapporti degli eroi di Svevo, tra il loro contegno e l’effetto di un tal contegno – si riproduca anche nell’uso delle parole che fa Svevo: tra la parola e l’effetto della parola.

Ancora Svevo! Se non ricordo male La coscienza di Zeno di Svevo divenne un caso letterario.

Mi pare che la naturale preoccupazione per il cosiddetto “caso Svevo”, senza dubbio sintomatico nell’aneddotica delle fortune letterarie, abbia soverchiato – o fatto impostare solo parzialmente – la critica di Svevo, che è un bello e arduo problema. L’amico triestino forse non sospettava di aver buttato nell’aria di qualche pomeriggio ventoso, tra una libreria e un caffè, il germe di un’audace rivendicazione letteraria.

Grazie alla sua difesa e a quella di Joyce?

Naturalmente, l’urgenza del primo momento non era certo quella di dissociare Svevo nei suoi elementi costitutivi: ché anzi si trattava di apprestarne un profilo, quasi una fotografia per tessera. Conoscerlo era davvero come riconoscerlo, riconoscere il romanziere. Non si fa narrativa con personaggi privi di spessore psicologico.

Romanzo alto, dunque, quello sveviano. Ritorna il gusto del romanzo?

Direi che in lui è innato il gusto del romanzo. Questo mi pare costituisca nelle sue assise il gusto del romanzo. Il gusto del romanzo non si era mai presentato presso alcun autore italiano in maniera altrettanto autentica, netta, esclusiva. Gusto del romanzo, dunque; ma in un’accezione rigorosa, non nel senso di scuola o di maniera. Avevamo dunque anche noi l’autore italiano da citare, qualunque ne fosse poi la reale statura, tra l’elenco dei massimi, e in un certo senso sodali, rappresentanti del romanzo europeo.

Romanzo o non romanzo, alto o basso che sia, l’editoria odierna è in grossa difficoltà, non tanto economica, quanto per proposte di volumi degni di essere letti. Secondo lei, che è stato tra i fondatori della casa editrice Il Saggiatore, una delle più importanti del panorama italiano, perché la cultura italiana è caduta così in basso?

L’autore è diventato un personaggio-particella, in autentico, impedito di guardarsi intorno e analizzarsi dal richiamo forte del successo, dei riflettori in un mondo dove l’apparire sembra più importante dell’essere. Ed in questa atmosfera deviata della cultura italiana, l’autore è appeso a dei fili magistralmente mossi dall’industria culturale e dalla società spettacolo. Ma non c’è damnatio nell’autore, semmai nel lettore che si vede costretto a leggere pagine di vera sozzura, perdendo addirittura anche il gusto di leggere. E allora, a chi votarsi se non al vecchio, ma ancora vegeto, solerte, servizievole personaggio-uomo?

In conclusione le dico che mi aspettavo peggio da quest’intervista, visto che da giovane ha seguito il pensiero crociano, ma poi – ed è questo che mi ha spinto a leggerla nel tempo – ha imboccato una strada inconsueta rispetto a quella del Croce.

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