Per gran parte della storia moderna, scegliere i propri governanti attraverso libere elezioni è stato tutt’altro che normale. Ancora alla fine del Settecento, nella maggior parte dei Paesi il potere veniva trasmesso per eredità, conquistato con la forza o deciso attraverso accordi tra ristrette élite. In due secoli, però, il sistema politico mondiale è profondamente cambiato e le elezioni sono diventate il principale strumento della democrazia per scegliere governi e parlamenti.
Dalle élite alle elezioni
Secondo l’analisi di Our World in Data, alla fine del XVIII secolo soltanto due dei 76 Paesi considerati disponevano contemporaneamente di un parlamento e di un governo eletti: Regno Unito e Stati Uniti. Nel corso dell’Ottocento e della prima parte del Novecento il ricorso alle elezioni si è progressivamente diffuso, ma è soprattutto nella seconda metà del XX secolo che il voto è diventato il metodo predominante per scegliere i leader politici. Nel 2025, 165 Paesi disponevano di parlamenti e governi eletti, mentre soltanto 34 non li avevano. Il percorso, tuttavia, non è stato lineare: alle fasi di espansione si sono alternate guerre, colpi di Stato e periodi di arretramento democratico.
Il diritto di voto si allarga
Avere le elezioni non significava necessariamente che tutti potessero parteciparvi. Per molto tempo il diritto di voto è stato riservato soprattutto agli uomini e, in molti Paesi, a chi possedeva determinate caratteristiche economiche, sociali o etniche. Progressivamente queste barriere sono state eliminate. Un passaggio fondamentale si verificò nel 1893, quando la Nuova Zelanda divenne il primo Paese a garantire il suffragio universale. La vera accelerazione arrivò però dopo la Seconda guerra mondiale: alla fine del conflitto meno di due dozzine di Paesi avevano un suffragio universale praticato, mentre alla fine della Guerra fredda erano diventati quasi 150.
Quando il voto diventa realmente competitivo
Un’elezione, però, non è necessariamente democratica solo perché si vota. Se esiste un unico candidato, se l’opposizione viene intimidita o se i mezzi di comunicazione sono sottoposti a pressioni, gli elettori non possono esercitare pienamente il proprio potere. La competizione elettorale si è rafforzata soprattutto negli ultimi decenni. Nel 2025, 111 dei 199 Paesi analizzati avevano registrato recentemente un cambio di governo attraverso le elezioni. È un indicatore importante perché dimostra che in molti sistemi politici gli elettori possono effettivamente mandare all’opposizione chi governa.
La democrazia diventa maggioranza
Quando elezioni, suffragio universale, opposizione politica e competizione elettorale si combinano, si può parlare di democrazia elettorale. Nessun Paese soddisfaceva contemporaneamente tutti questi requisiti fino alla fine dell’Ottocento. Nel 1893 la Nuova Zelanda fu il primo. La democrazia elettorale è diventata maggioritaria soltanto negli anni Novanta. Nel 2025, secondo i dati utilizzati da Our World in Data, 117 Paesi rientravano in questa categoria, contro 82 non democratici.
Una conquista ancora fragile
Anche se il progresso degli ultimi due secoli è evidente, la democrazia non è una conquista definitiva. Nel 2015 si era raggiunto il massimo storico, con 130 Paesi classificati come democrazie elettorali; da allora il numero è sceso di 13 unità. Anche considerando la popolazione, il quadro resta complesso: il numero di persone che vivono nelle democrazie è passato da circa 1,2 miliardi nel 1965 a circa 4 miliardi oggi. Tuttavia, la popolazione mondiale è cresciuta più rapidamente della diffusione della democrazia e oggi il mondo è quasi equamente diviso tra persone che vivono in democrazie e persone che ne sono escluse. La storia degli ultimi due secoli mostra quindi un enorme progresso, ma anche quanto siano fragili i diritti politici. Le istituzioni democratiche sono il risultato di conquiste progressive e di battaglie durate generazioni. Per questo, ricorda Our World in Data, il loro futuro non può essere considerato garantito.

























