L’Odissea è la storia di tutte le storie, il contenitore d’ogni umano sentimento e azione – amore, adulteri, uxoricidi, matricidi, guerra, tradimento d’ogni regola, tormenti, battaglie furiose, viaggi, incontri coi mostri dell’ignoto e coi defunti, interventi divini, partenze e un ritorno con vendetta finale!
Chi ne ha di più?
Il poema è la narrazione epica del mito, ed epica e potente è la trasposizione cinematografica realizzata da Nolan, da grande autore qual è, col suo Odissea, i cui piccoli “tradimenti” – qualche nasino all’insù, le eccessive magrezze, il color scuro della pelle di Elena – risultano del tutto marginali e funzionali, probabilmente, ad un più ampio mercato, per un film costato 250 milioni di dollari, tradimenti che, va detto, mai ci fanno distrarre dal narrato.
Il film è, a dispetto d’ogni polemica, grandioso, rispettoso del mito e del personaggio Ulisse, con l’aggiunta attuale di un profondo messaggio contro le guerre.
L’immagine melanconica d’apertura, quel cavallo di Troia abbandonato sulla battigia con a guardia una sola piccola sentinella, è geniale nel suo evocare l’abbandono del già tutto finito, quando nell’ economia della storia rappresenta la seduzione e l’inganno, l’inizio della distruzione di Troia e lo stravolgimento d’ogni etica guerriera, crudeltà che segnerà perfino il suo autore, Ulisse, a dimostrazione dell’imbarbarimento che ogni guerra esercita sull’animo dei combattenti.
Dall’Odissea di Omero a quella di Nolan
E dalla vittoria sui troiani inizia l’infinito ritorno a casa di un uomo che a casa non è certo di voler tornare, attratto, per sua irredimibile natura, dal piacere della conoscenza, dal gusto per l’avventura e l’incognita del rischio che essa contiene. Nessun luogo, nessun pericolo, né il richiamo di Itaca, di Penelope, di un figlio mai conosciuto, lo faranno indietreggiare dai misteri e dall’attrazione che avverte ad ogni nuovo approdo e se la sua infinita fame di vita lo condurrà ai confini dell’umano, lo punirà, poi, con la perdita di tutti i suoi compagni. Il ritorno a Itaca diventa l’ultima spiaggia, il rifugio finale di un Ulisse invecchiato e solo, pur se astuto e forte abbastanza da ammazzare tutti i proci in una battaglia finale degna del migliore dei western, ma davvero troppo lunga e farraginosa, il punto debole del film.
Il finale lo vedrà ripartire nuovamente dall’ isola, in compagnia di Penelope – concessione femminista? – lasciando Telemaco incoronato re, a governare Itaca.
Tra magico e realismo
Il regista ci avverte sin dall’inizio che il film si muove nella sfera del magico, e lo fa con efficace realismo, evitando la falsità dell’IA a favore di emozioni e intimità, creando mostri, giganti e un lunare Polifemo, partendo da corpi reali o materici. Emozionante, inquietante, è la scena dell’incontro di Ulisse col regno dei morti, “un’invenzione” indimenticabile..
Intenso e capace di trasmettere la complessità di Ulisse, il protagonista Matt Damon, convincenti Anne Hathaway, il servo cieco, il cattivissimo Antinoo e molti altri, compreso Argo, il vecchio cane di Odisseo. Ma Agamennone da chi è interpretato?
























