Ci sono notizie che ci colpiscono per quello che raccontano. E poi ce ne sono altre che, oltre ai fatti, finiscono per raccontare qualcosa di noi. Viviamo l’era della polarizzazione del dibattito pubblico.
La morte di Abderrahim Fakir durante un intervento di polizia a Bologna è una di queste. Le indagini sono ancora in corso e sarà la magistratura a ricostruire con precisione ciò che è accaduto. Nel frattempo, però, attorno a quella vicenda si è acceso un dibattito accesissimo: manifestazioni, polemiche politiche, prese di posizione immediate e, purtroppo, perfino minacce rivolte al sindaco Matteo Lepore.
Una sequenza letale
È una sequenza che ormai conosciamo bene. Succede quasi ogni volta che un fatto di cronaca tocca temi sensibili. Nel giro di poche ore il racconto dei fatti passa in secondo piano e lascia spazio allo scontro. Ognuno prende posto nel proprio schieramento, si cercano conferme alle proprie convinzioni e il confronto si trasforma rapidamente in una gara a chi alza di più la voce.
Eppure viene da chiedersi quando abbiamo smesso di concederci una cosa semplicissima: il tempo.
Il tempo per aspettare che emergano tutti gli elementi. Il tempo per ascoltare versioni diverse. Il tempo per cambiare idea, se necessario. Perché anche cambiare idea, oggi, sembra quasi una colpa. È come se il dubbio fosse diventato un segno di debolezza, quando invece è sempre stato uno degli strumenti più preziosi del pensiero critico.
Lo sai che…
Gli algoritmi delle principali piattaforme social tendono a dare maggiore visibilità ai contenuti che generano forti reazioni emotive, aumentando spesso la polarizzazione del dibattito pubblico.
Reagire immediatamente è, ormai, il nuovo mantra
Viviamo in un’epoca che ci spinge a reagire immediatamente. I social network funzionano così: premiano la velocità, la frase ad effetto, l’indignazione. Un contenuto che divide corre molto più veloce di uno che invita a riflettere. E allora capita che un processo mediatico inizi ben prima di quello giudiziario, con il rischio di costruire verità provvisorie destinate, qualche giorno dopo, a essere smentite o ridimensionate. Ma intanto il danno è fatto.
Attenzione: questo non significa che i cittadini debbano restare in silenzio o rinunciare a esprimere un’opinione. Al contrario. Una democrazia vive proprio del confronto, della critica e della partecipazione. Il problema nasce quando l’opinione pretende di sostituirsi ai fatti e il confronto lascia il posto alla delegittimazione dell’altro.
Negli ultimi anni abbiamo assistito a un cambiamento sottile ma profondo. Sempre più spesso il consenso viene confuso con la verità. Se una posizione raccoglie migliaia di condivisioni, molti finiscono per considerarla automaticamente quella giusta. Ma la storia ci insegna che la verità non si misura con il numero dei “mi piace”. Le prove, gli accertamenti, le garanzie e il lavoro della magistratura seguono percorsi molto diversi da quelli di una bacheca social.
Lo sai che…
Nel caso di Bologna, dopo la morte di Abderrahim Fakir, le minacce rivolte al sindaco Matteo Lepore hanno portato a una denuncia e all’assegnazione di una tutela personale.
Quando si passa alle minacce siamo già molto oltre il lecito
Forse è anche per questo che il linguaggio pubblico si è fatto più duro. Non discutiamo più soltanto delle idee. Sempre più spesso mettiamo in discussione le persone. E il passo che separa una critica legittima dall’insulto, o peggio ancora dalla minaccia, rischia di diventare sorprendentemente breve. Le intimidazioni rivolte al sindaco di Bologna sono un esempio che dovrebbe preoccupare tutti, indipendentemente dalle opinioni politiche di ciascuno. Perché quando il confronto degenera nell’odio, il problema non riguarda più una parte, ma la qualità della nostra convivenza civile.
Forse la domanda che dovremmo porci è un’altra. Non tanto chi abbia ragione in questa o in quella vicenda. Quella risposta spetta ai fatti, alle indagini e, quando necessario, ai tribunali.
La domanda è se siamo ancora capaci di convivere con l’incertezza. Se siamo disposti ad accettare che non tutto può essere spiegato in poche righe, che non ogni vicenda si divide nettamente tra buoni e cattivi e che la realtà, quasi sempre, è più complessa degli slogan con cui proviamo a raccontarla.
In fondo il dubbio non è il contrario della verità. È spesso il primo passo per avvicinarsi ad essa. Ed è forse proprio questo il compito più difficile dell’informazione: non alimentare il rumore, ma creare lo spazio necessario perché i fatti possano essere compresi prima ancora che giudicati. Perché una democrazia non si misura dalla velocità con cui emette sentenze, ma dalla pazienza con cui cerca la verità.
Foto da Depositphotos


























