Ci sono oggetti, anzi, etimologicamente, meglio usare il termine cose, che racchiudono significati e storie. Non ce ne possiamo privare, sono viva testimonianza di fatti, momenti, sentimenti. Spesso segnano passaggi importanti, sono simboli.
Tutto questo, consideravo poco fa, tenendo sul palmo un piccolo portafotografie d’argento. Non una cornice, ha la forma di minuscola scatolina piatta, si apre a libro e, all’interno c’è spazio per due foto, di misura piccina, da carta d’identità, insomma.
Ha delle incisioni, è un oggettino di pregio, di buon gusto.
Rivado con la memoria, all’anno in cui decisi di regalarlo a mia mamma.
Era il 1962, ero una bambina di nove anni. Avevo la testolina piena di sogni e fantasie. E sempre, proprio sempre, desideravo regalare. Alle amichette, le mie bambole, per assicurarmi la loro compagnia. A mamma e papà, per godere dei loro sorrisi stupiti, regalavo ogni giorno qualcosa, un sasso, piuttosto che una caramella o un semplice foglietto con un “pensierino scritto”.
Vivevamo, in quegli anni, a Gioia del Colle, piccolo paese in provincia di Bari, dove papà prestava servizio presso la base Nato.
Era il classico paesino con pochi negozi, ci si conosceva tutti. C’era un’unica farmacia, un droghiere, un calzolaio… e una sola gioielleria. Ricordo con lucidità estrema, la mattina in cui, mamma e io, ci fermammo ad ammirarne la vetrina. Io ero incantata da un putto d’argento che suonava la cetra, mamma invece, guardava con interesse un ditale, sempre d’argento con pietre, e il portafotografie. Disse anzi, che era proprio delizioso, da portare in borsetta.
Decisi all’istante, che lo avrei acquistato per il suo compleanno. Si era a gennaio, avrebbe compiuto i suoi trentotto anni a maggio.
L’indomani, all’uscita da scuola, si andava e rincasava da soli – che anni pacifici – entrai spavalda nel negozio, per informarmi sul prezzo del “gioiellino”. Non ricordo quale fosse, non era però alla portata del mio salvadanaio. Stavo per rinunciare all’idea, e gli occhi mi si riempivano di lacrime, quando fui folgorata dall’idea!
Sapevo che i miei genitori, qualsiasi acquisto importante e necessario, ma anche no, lo affrontavano pagando a rate. Lo stipendio era solo uno e, benché più che sufficiente, non consentiva grossi risparmi. Dissi a me stessa, che dovevo seguire il loro esempio.
Credo balbettando e con il viso paonazzo, proposi al negoziante l’acquisto con pagamento dilazionato. Ricordo la sua risata… che mi terrorizzò, sulle prime. Poi, vidi la sua manona avvicinarsi alla mia testa non minacciosa e, ricevuta una carezza, con un sospirone, tirando su dal naso e a labbra tremanti, guardandolo alla cravatta, chiesi: “siamo d’accordo?”
Annuì sorridendo. Frugai nella tasca del grembiule e gli consegnai cento Lire per la caparra. Stilò un vero e proprio contratto con scadenze e tanto di firme e ritirò il portafotografie dalla vetrina.
L’accordo, prevedeva pagamenti settimanali. Non fu faticoso, bastò rinunciare alla spirale di liquirizia e alla bustina di polvere di castagne. Il giorno 2 maggio, con largo anticipo, ritirai il prezioso dono.
Mi sentivo grande. Il gioielliere, era divenuto mio amico e anche complice. Pur conoscendo i miei genitori, tacque sulla faccenda.
Pensai a un nascondiglio dove riporre la “cosa” fino al giorno diciassette. Mi parve adatta una valigia nel ripostiglio e così feci.
Spesso, andavo a controllare che non fosse sparito il pacchettino.
E arrivò il giorno della festa. Ero impaziente, felice! Quella mattina, mi alzai presto, preparai il caffè per mamma e papà, e lo servii loro a letto. Avevo visto in un film, come rendere speciale un gesto semplice, quindi, tagliai un fiore dal geranio preferito di mamma e adornai il pacchettino regalo, ponendolo accanto alla sua tazzina.
Pregustavo la sorpresa, mentre i miei, colti nel sonno, realizzavano lentamente la situazione, era la prima volta, che li svegliavo in quel modo.
Abbracciai mamma e le feci gli auguri.
La vidi animarsi subito, felice! Mi baciò sul naso, vide il pacchetto, riconobbe il fiore e… beh… non fu entusiasta. “Cos’è questo?” Mi chiese. “Dai apri!” risposi. Quando vide il regalo, quasi gridò di gioia. Ma, subito dopo, la vidi scura in volto e, mentre mostrava a papà il regalo, mi apostrofò: “ora dimmi come lo hai avuto!”
Raccontai il come…
Credo i miei genitori, non sapessero se arrabbiarsi o esser fieri di me.
Tutto si risolse in un abbraccio a tre e con questa frase di mio papà: “moglie, abbiamo seminato bene. Nostra figlia, non morirà di fame”.
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