Va bene, con calma, piano, fai piano con quelle casse, occhio alle vibrazioni, ché qui rischia di scoppiare tutto. Vai a prendere l’auto, usiamo la tua. Ma cazzo papà perché proprio la mia? Perché rischia di scoppiare tutto, te l’ho appena detto, e poi le casse sono tue, le mie le ho già sotterrate al campo.
Aveva ragione, come sempre: una logica minima ma efficace: dritta al punto. Ricordo un giorno di inizio estate, tanti anni prima, che mi portò a vedere un grosso formicaio, che aveva trovato appena dopo il prato di casa, sulla stradina che portava verso quello che noi, ragazzini, chiamavamo l’ultimo campo. Faceva parte del poco che restava dell’azienda agricola del nonno.
Era il campo di testa, in cui la stradina sterrata sfociava, dopo aver passato almeno cinque campi sulla destra ed altrettanti sulla sinistra. Si superava un ponticello sul Cao. Una volta, era ottobre, io e Andrea eravamo in cerca di funghi sulle rive del Cao che ne produceva quintali, e mi sembrò di scorgere un piccolo ippopotamo nelle sue acque torbide e limacciose: il muso di un ippopotamino non piu grande di una rana che affiorava per respirare e che probabilmente era proprio una rana, trasformata in un ippopotamo dal volo di una fantasia infantile. Finita la sterrata sbucavi in quel campo d’erba da fieno come gli altri, ma circondato tutto intorno, tranne che per l’apertura dell’accesso col ponticello, da rivoni di pioppi e salici, ed oltre il nulla. Almeno noi ragazzi ci immaginavamo il nulla, ché oltre non ci siamo mai spinti. Come un abbraccio quel campo ci teneva in seno alla nostra realtà. Realtà limitata, forse, ma protettiva. Realtà materna, seno di madre, culla in cui dondolare sogni di avventura.
Andando a scuola percorrevo via Cavallotti, che perpendicolare alla stradina dei campi conduceva in paese. Mi voltavo spesso a salutare quel seno che mi aveva allattato e mi guardava diventare grande, la chiamavo e mi rispondeva con un cenno di mano da lontano, la verità era che di andare a scuola non c’avevo mica voglia, e mi voltavo anche per un impulso a tornare a casa, in più, chi mi salutava, non era nemmeno mamma ma la vicina, la mamma di Andrea: la confondevo spesso con la mia: sono un po’ tutte simili le mamme, quando lo sono mamme. Arrossivo e filavo a scuola.
In auto, con la mia auto, papà teneva con una mano le casse, che erano appoggiate sul sedile posteriore, sul morbido per ricevere meno sollecitazioni possibili. Ogni tanto imprecava che andassi piano , di evitare le buche che qui rischiamo che scoppia tutto. Ma su quella stradina sterrata, per l’ultimo campo, mica era facile evitare le buche ed io facevo del mio meglio. Ti ricordi quando ti ho portato qui che avevo trovato quel grosso formicaio, avevi sì e no sei anni? Certo che me lo ricordo papà. Sì, tu ci sei saltato dentro a piedi uniti… chissà cosa ti era passato per la testa?! Niente, stavo fantasticando. Sempre a sognare tu eh! Cosa pensavi di essere Gulliver tra i lillipuziani?! Ehm… sìii… qualcosa del genere. Aveva fatto centro: in pieno: mi conosceva come le sue tasche, quel libro spiccava in libreria della mia camera. Ci ho messo un’ora a pulirti da tutte quelle formiche! Eh sì, ricordo quegli schiaffetti sulle gambe: un po’ per pulirmi, un po’ per punirmi… e io che mi lamentavo, e tu, almeno impari che l’avventura senza rischio non vale niente! La sua logica minimale e pragmatica. Dritto al punto.
La prima di una cassa era esplosa in negozio da mio suocero. Gliel’avevo regalata e l’aveva lasciata sotto il banco frigo dei formaggi. Era febbraio, il Jon era tornato dalla solita settimana bianca e aveva riaperto il negozio: un disastro! Dapprima pensò fosse saltato il banco frigo, poi asciugando vide lo straccio diventare rosso sangue e capì. Mi avvisò di andare subito a controllare le mie casse. Ne erano già esplose tre. Avevo la cantina che pareva profondo rosso. Con mio padre decidemmo di sotterrare le mie casse dove aveva già sotterrato le sue che erano iniziate ad esplodere prima delle mie. L’ultimo campo era l’ideale. Nessuno ci andava più in cerca del nulla di là da esso, o dell’avventura al di qua, si narra che ci sia poi nato un albero rosso, che al solo guardare le sue foglie provochi ebrezza. Mentre ci avvicinavano ci pareva d’essere in Vite vendute, su quei camion carichi di nitroglicerina pronti a volare per aria al minimo sussulto, quanto amava quel film. Tutto per quelle quattro damigiane di vino che avevamo imbottigliato, comprate da quel lavativo che, per fargli alzare la gradazione, gli aveva aggiunto zucchero… troppo zucchero.
Foto di form PxHere
























