Poesia che parte dal dato oggettivo, reale, utilizzando anche vocaboli asciutti della modernità. Questa moderna età che Severino ha definito come nichilismo della società della tecnica occidentale. Quindi persegue uno scavo nell’inconscio collettivo, tra figure archetipiche e di sogno, dove l’inconscio individuale sfuma insieme a confini e dualità. Inconscio non completamente insondabile: nero, ma con sfumature “indaco”, “cobalto”, “oltremare” accessibili al disvelamento poetico.

Dissolvenze e sussurri
L’autore avverte l’intenzione della vita tra empirismo e fantasia, Eros, musica e scienza. Si libera di metrica e schemi chiusi per rendere più umana la sua voce, che si appella anche all’Olimpo e ai suoi antichi dei. Ci avvisa però, nel mentre, che “Nessuno saprà mai lo stesso senso” (Erosioni pag. 22). Vaga per una Gerusalemme ferita. Affronta Caronte, si scopre cigno archetipico e il suo canto che si immerge nello scavo, è la parola che afferma “amore al di sopra della morte”.
Ci accompagna dal logos dei greci al verbo del vangelo, con la parola a fondamento del nostro mondo: terreno e ultraterreno; e ci conduce a chiederci l’eterna domanda: se il mondo sia così perché lo descriviamo così, o se lo descriviamo per come è.
Il primato della parola
Cioè a considerare che, per gli esseri dotati di ragione, e consapevolezza, e linguaggio, si instaura un primato della parola che descrive il mondo, sul mondo in sé.
Parola mondo, parola cosa, parola astratta e concreta ma fondante, è questo aspetto che affascina il poeta e lo sprona a scrivere parole.
(I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo Ludwig Wittgenstein, Filosofo).
“Il simbolo, al di là della logica bivalente, è coagulato nella parola da una carica di distruzione che si accompagna a pulsioni che vagolano come massi erratici alla ricerca di un’emersione”: si afferma nell’incipit.
Tentativo quindi di superamento del dualismo attraverso i sensi, il ricordo e la psiche (“e la carne diviene memoria”: Pulviscolo pag. 23).
Rimane infine una profonda sensazione di leggerezza piena, di volo di un’anima e di un corpo e una voce ancora radicata alla terra, che riporta alla mente
I versi di Adriano:
Animula vagula blandula,
Hospes comesque corporis,
Quae nunc abibis in loca?
Pallidula, rigida, nudula,
Nec, ut soles, dabis iocos…
Una raccolta poetica sostanziale, corposa e profonda, che prende, trascina, strazia ed eleva il lettore in un crescendo: un climax di sentimento e passione, alla scoperta, con un “alfabeto calcolato”, del “segno” che, nascosto, contraddistingue l’umanità. Ma un’opera poetica dotata della leggerezza delle cose veramente sentite, che meriterebbe un’analisi ben più approfondita e pertinente, di queste mie povere parole.
Quale verso…
“Tregua”
Datemi cinque minuti per sgombrare la mente
dagli elefanti di Annibale, dalle Idi di Marzo,
dai pensieri di Schopenhauer, dai gas della Shoah, dalle tragedie del Golfo,
per tuffarmi nell’Intelligenza Artificiale, che potrebbe dirmi
perché non riesco a colloquiare con i defunti.
Eppure le mie onde elettromagnetiche sento che evaporano
e con i ricordi giungono sino alla tua tomba.
Turbinando addensano le ipotesi eternamente in perdita,
gocce d’alambicco a sangue freddo nell’ordinata ossessione
di comete.
Forse si nasconde un pulsante ancora ignoto ai miei polsi,
una raffica incredibile e sospetta a dissaldare memorie
in ambigue cifre, in sussulti che rincorrono illusioni.
Rimango un paroliere a perdifiato nel lampeggio
degli attimi di tregua.
“Nudità”
Ho bisogno di te!
Di quella gioventù che custodiva segreti
ormai incatenati nel crogiuolo delle rimembranze.
Di quella corsa sfrenata dei sensi
tremendamente scossi da brividi,
al semplice tocco del tuo piede d’avorio.
Ho bisogno di te!
Senza più indugio leggevo le parole
sulle tue labbra incandescenti
tra nascondigli di erbe pungenti
e lo stremato cozzo della calura.
Entrambe le mani conoscevano le curve
di un galoppo sfrenato,
stringendomi come piccola lucciola
nella musica del flauto stupito.
Ho bisogno di te!
Ora che sei diventata il mio grido,
l’incessante attesa della tua nudità
senza più veli.





















