È appena finita la giornata di lavoro in cucina e sto aspettando un ragazzo cecoslovacco che non conosco e che ha prenotato all’ultimo momento una camera nel nostro agriturismo.
Mentre lo aspetto seduto sul divano della nonna di mia moglie, un divano che chiunque sia venuto qui conosce e sul quale facevano fino a poche ore fa le capriole due bambini venuti a pranzo con la famiglia oggi, mi salta agli occhi il video di un concerto di Nina Simone che conosco bene. E in quel concerto Nina Simone canta questa canzone.
Ci sono delle canzoni che fanno di noi quelli che siamo più di altre. Una di queste per me è “To love somebody” dei Bee Gees”. Una canzone che ascoltai cantata in TV che ero ancora un bambino. In uno di quei programmi d’importazione americana del pomeriggio musicale per i giovani.
In quel video i fratelli Gibb esibivano un abbigliamento a limite del pugno in un occhio, fatto di giacche a fiori su pantaloni a righe attillati al limite della sterilità maschile, su capigliature che se ancora erano accettabili su Barry, la cui bellezza era fuori discussione, invece su Robin e Maurice facevano pensare a chiunque, persino ad un bambino che non aveva nessuna idea della moda: “Meno male che mia madre non li sta vedendo, sennò rasa a zero pure me!”
Eppure la canzone era stupenda. Stupenda ancora prima di capirne il testo. Una ballata soul degna del più nero dei ghetti neri americani e nata dall’anima di tre inglesi cresciuti nel Queensland australiano (cosa che da come si vestivano, si capiva benissimo).
La canzone restò lì nella mia testa, come il bianco e nero televisivo degli anni sessanta a cui io stesso appartenevo e per il quale i colori erano sempre e soltanto il frutto di una immaginazione ulteriore. Quale fosse il motivo di tanto struggimento sul volto di quei tre ragazzi era inutile che me lo chiedessi, io dell’amore di un teenager non ne sapevo nulla, ma che quello struggimento ci fosse era fuori di discussione.
Poi col tempo, un po’ per volta, imparando l’inglese, crescendo, leggendo e strimpellando un pianoforte, venni a sapere che quella canzone era stata commissionata dall’impresario dei giovani autori per entrare nel repertorio del grande Otis Redding, il quale era morto poco prima di poterla registrare e di conseguenza era stata poi incisa dai Bee Gees stessi.
Il testo inoltre, una volta compreso, a parte un incipit crepuscolare meraviglioso, era la solita sdolcinata canzone d’amore cantata dal solito ragazzo abbandonato dal primo amore della sua vita, insomma un banale cuore trafitto disegnato sul muro della scuola.
Fu solo a vent’anni, quando a casa di un amico americano che conoscevo da poco ascoltai la registrazione di questo live in cui Nina Simone stava suonando quella canzone, che capii anche un cuore disegnato sul muro della scuola poteva essere un capolavoro. E che questo non dipendeva affatto dal gesso con cui era disegnato, non dalla capacità di una concertista eccezionale di chiudere la disperazione nel silenzio tra un accordo e l’altro senza cambiare mai espressione, di fare sentire tutta la rabbia di migliaia di galere di schiavi deportati per secoli in tre note infilate tra un maggiore e un minore, ma proprio in quella innocente e devastante sensazione di non riuscire a farcela nella vita di fronte alla perdita dell’amore di un qualsiasi ragazzo alle prime armi. Perché tale sentimento non sarebbe potuto cambiare mai per nessuno, indipendentemente dal tempo, indipendentemente dal sesso, indipendentemente dall’età.
Foto di copertina generata con Copilot per Cinque Colonne Magazine























