Quando te ne sei andato
non ho perso te.
Ho perso
il mio nome
detto dalla tua voce.
Ero intero
finché mi guardavi.
Poi lo sguardo si è chiuso
come una porta
senza rumore
e io
sono rimasto fuori.
Non era amore
quello che chiedeva salvezza.
Era fame.
Era paura
di stare in piedi
senza appoggi.
Ho creduto
che esistere fosse
essere scelto.
Ho confuso
la luce
con la finestra.
Ora il dolore
non è ferita:
è ritorno.
Torna tutto insieme
ciò che avevo affidato,
inermi parti di me
che non sapevo portare.
Le raccolgo
una a una.
Senza fretta.
Senza perdono.
Imparo
a restare
dove non sono amato
e non sparire.
Se un giorno verrà ancora l’amore
non gli chiederò un nome.
Avrò già il mio.
E se non verrà,
sarà lo stesso:
avrò imparato
a non andarmene
da me.
Nota d’autore
Questa poesia nasce da una constatazione semplice e difficile:
il dolore amoroso non riguarda la perdita dell’altro,
ma la perdita di sé nello sguardo dell’altro.
Quando l’amore finisce, ciò che soffre non è il legame,
ma l’identità che avevamo sospeso in esso.
Scrivere è stato un atto di restituzione:
tornare a prendere ciò che avevo consegnato.
Non ho cercato consolazione,
ma una lingua capace di reggere il vuoto
senza riempirlo.
Se questi versi aiutano,
non è perché promettono una guarigione,
ma perché restano
dove il dolore è vero
e non si vergogna di esistere.
La poesia, qui, non salva:
riporta a casa.
Foto di copertina generata con Copilot per Cinque Colonne Magazine
























