Che cosa resta di una casa quando le mura rischiano di scomparire? È da questa domanda, semplice solo in apparenza, che prende avvio Casa è dove noi, il nuovo romanzo di Serena Venditto pubblicato da Mondadori nella collana Il Giallo Mondadori.
Sinossi

Al centro della storia torna Malù Ferrari, archeologa e investigatrice per necessità, insieme alla comunità irregolare e affiatata di via Atri 36: Ariel, Samuel, Kobe e l’inconfondibile gatto nero Mycroft, che negli anni si è conquistato un posto tutt’altro che marginale nelle indagini del gruppo. Personaggi che, libro dopo libro, hanno trasformato la convivenza in qualcosa di più profondo, fino a diventare una famiglia scelta, costruita non sul sangue ma sulla presenza, sulla cura e sulla capacità di restare uniti quando ogni equilibrio sembra sul punto di spezzarsi.
Questa volta la minaccia arriva proprio dal luogo che custodisce quel legame. L’appartamento deve essere venduto per sostenere le spese legali di Miriam, la moglie del proprietario, agli arresti domiciliari per un omicidio che sembra lasciare pochissimo spazio al dubbio. La donna è stata trovata accanto al corpo del vicino, con un coltello insanguinato in mano e una frase inquietante sulle labbra: «Che ho fatto?». Non ricorda nulla, eppure continua a dichiararsi innocente. Se Malù e i suoi coinquilini vogliono evitare di perdere la casa, hanno una sola possibilità: dimostrare che la verità non coincide con l’immagine più evidente e trovare il vero assassino.
Dimostrarne l’innocenza diventa così molto più che risolvere un caso: significa provare a salvare casa.
Napoli non resta sullo sfondo
Venditto intreccia il mistero con la commedia, i sentimenti, l’arte e il disordine vitale del centro storico di Napoli. I suoi detective sono dilettanti e, tra interrogatori poco ortodossi, appartamenti improbabili, lezioni di yoga e drammi sentimentali, il delitto non è mai l’unico motore del racconto.
Anche Napoli non resta sullo sfondo. I vicoli, le case, il rumore e le contraddizioni della città partecipano alla storia, offrendo a Malù un paesaggio da decifrare quasi come un reperto archeologico: ogni dettaglio può custodire una traccia, ogni porta può aprire una nuova versione dei fatti.
Scrittrice, editor e direttrice di una collana dedicata al giallo, Serena Venditto lavora inoltre al Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Non sorprende, dunque, che archeologia, arte e investigazione continuino a incontrarsi nelle sue storie. Ma al centro di questo nuovo romanzo sembra esserci soprattutto un altro tipo di ricerca: quella del significato di appartenenza.
Come di consueto, ringrazio l’autrice per l’intervista che ci ha permesso di attraversare i temi più importanti che danno profondità al romanzo: la famiglia elettiva, l’evoluzione dei personaggi, l’urgenza di un’indagine che riguarda tutti da vicino, il dialogo fra suspense e quotidianità, la funzione narrativa di Mycroft.
Casa è dove noi di Serena Venditto: intervista
“Casa è dove noi” è un titolo che sembra andare ben oltre il luogo fisico in cui si abita. Che cosa significa “casa” per Malù e quanto questo tema è centrale nel nuovo romanzo?
Casa non sono solo le quattro mura, ma anche un sistema di legami e relazioni. Casa è famiglia, nel nostro caso una famiglia elettiva: non c’è una goccia di sangue in comune fra Ariel, Samuel, Malù e Kobe (per non parlare del gatto) eppure il legame fra loro è fortissimo. Alla notizia dello sfratto il loro equilibrio va in crisi, ma solo per diventare più forte.
La serie è iniziata nel 2018 con Aria di neve e nel frattempo Malù, Ariel, Samuel e Kobe sono diventati una sorta di piccola famiglia letteraria. Quanto sono cambiati rispetto a quando li ha immaginati per la prima volta e quanto, invece, hanno finito per sorprendere anche lei?

Ognuno ha avuto un’evoluzione, forse quella che è cambiata di più è Ariel, più sicura di sé, più forte. Ma mi piace pensare che il legame fra loro si sia evoluto in famiglia.
In questo romanzo l’indagine nasce da un fatto che riguarda direttamente la loro casa e quindi la sopravvivenza stessa del gruppo. Questo coinvolgimento personale cambia il modo in cui Malù affronta il mistero rispetto alle indagini precedenti?
Decisamente, ma non solo per la questione della casa. Hanno una settimana, quindi devono essere veloci, oltre che bravi; e poi per Malù è questione di orgoglio, non può fallire!
Nei suoi romanzi il giallo convive con ironia, sentimenti, arte e vita quotidiana. Quanto è importante per lei che il delitto non diventi mai l’unico motore della storia?
Io ho dei detective dilettanti, l’indagine non può assorbirli completamente, ci deve essere la vita “quotidiana”, nel frattempo, e più divertente è, meglio è. Alla fine ho messo insieme le due cose che mi piacevano di più, il giallo e la commedia: è venuto fuori questa specie di Friends col morto, solo dopo ho scoperto che si chiamava cosy crime.
Mycroft ormai non è soltanto il gatto nero della casa, ma uno dei segni distintivi dell’intera serie, tanto da essere protagonista anche del podcast E alla fine arriva il gatto. Che cosa le permette di raccontare Mycroft che non potrebbe raccontare allo stesso modo attraverso i personaggi umani?
Le sensazioni, il non detto, lo spazio bianco fra le parole, l’intuito. Una bella coda folta, un paio di occhi verdi e un miagolio possono raccontare tanto, a patto di saperli ascoltare.


























