“In fondo, chi mi ha salvato dalla scuola
se non tre o quattro insegnanti?”
Daniel Pennac, da Diario di scuola
Così fu soprannominata da noi una supplente per l’ovvio motivo che aveva la peluria sotto il naso – cioè non faceva la ceretta – e per l’altro ovvio motivo che era una supplente temporanea.
Ne avevamo almeno una all’anno, di supplenti temporanee. Erano molto brave, ma il loro status di supplenti rendeva difficilissimo il loro compito. Per di più il titolare non era tipo da riconoscere meriti a chiunque fosse chiamato a sostituirlo nei frequenti periodi di assenza che si prendeva (certamente per malattia, ma non abbiamo mai saputo di che cosa veramente fosse malato).
Unico momento in cui la supplente era esonerata dai nostri coretti a bassa voce all’ultimo banco (“Che baffo che ci ha / zunzù zanzà”, sul motivo del celebre valzer “Sul bel Danubio blu” di Strauss) poteva essere solo quello di un compito in classe. La giovane professoressa seppe dare delle tracce a mio parere molto stimolanti, come quella che invitava a riflettere sulla giustezza o meno della pena capitale (oggi è quasi un obbligo assegnare almeno un compito su quest’argomento, ma allora la sensibilità a certi problemi era meno diffusa ancorché di certo più intensa).
Non conservo le minute dei miei compiti in classe, e non so più cosa scrissi precisamente. Ricordo bene però che ero sensibile all’argomento, e che mi piacque svolgerlo. Citai sicuramente Beccaria, che l’anno precedente la nostra ottima insegnante di lettere del ginnasio ci aveva fatto conoscere.
Passavo allora per – ed ero in verità – un pigro, uno che forse aveva delle capacità ma che non faceva niente per dimostrare di possederle, insomma precisamente l’alunno di cui il professore dice al genitore: è capace, ma non si impegna.
Perché poi non mi impegnassi, è un’altra storia: timidezza nei confronti di Chi (con la C maiuscola) scriveva i libri, indolenza dovuta alla prolungata e non risolta crisi adolescenziale, senso di inferiorità nei confronti di compagni meglio curati (almeno così mi sembrava) e meglio vestiti (questo sì) erano tutti ostacoli frapposti tra me e i libri di testo, verso i quali tuttavia nutrivo una devozione intima e inconfessata che somigliava quasi ad un peccato.
La paura del cattivo voto vissuta con improbabile spavalderia e la convinzione profonda di non farcela vissuta con la sicumera di farcela senza dover compiere il minimo sforzo sono stati i due ossimori inspiegabili che mi hanno tolto cinque anni di vita produttiva, dalle due bocciature alla scuola media e al liceo fino ai primi tre anni circa di università, durante i quali ho pascolato fra vari corsi (molti dei quali poi non mettevo neppure nel mio piano di studi) sostenendo solo pochi esami.
Quei cinque anni li sto ancora inseguendo, a cinquantanove anni suonati. Quando mia moglie mi rimprovera di dedicarmi poco alla famiglia per un surplus di lavoro che non avrei nessun dovere di fare, non so cosa rispondere, e abbozzo risposte variabili nel tempo. L’ultima che ho trovato – ed è forse la più funzionale perché ha in sé una buona dose di verità – è che devo pensare alla mia vecchiaia, nel senso che il lavoro presso l’editore mi consente di essere preparato, quando andrò in pensione, a continuare a lavorare.
Ma torniamo al famoso tema sulla pena di morte. Dopo pochi giorni Chebaffocheccià fece qualche considerazione generale sui lavori che avevamo svolto, e citò il mio compito come esempio di lavoro ben svolto. Purtroppo la sua supplenza finì prima che ci potesse portare i compiti con i voti da lei assegnati. Ma quei compiti non ce li portò nemmeno il nostro insegnante, una volta tornato dietro la sua cattedra.
Perché non avevo potuto riscuotere una soddisfazione che magari mi sarebbe servita per darmi un minimo di fiducia in me stesso?
Non l’ho mai saputo, e di quel compito mi è rimasto solo quel mezzo complimento stroncato misteriosamente.
Che cosa poteva essere successo?
Chebaffocheccià aveva assegnato un tema che mi piaceva, io l’avevo svolto bene, lei l’aveva letto e l’aveva giudicato buono, si era anche complimentata con me, ma Chebaffocheccià era solo una supplente temporanea, probabilmente il mio professore non aveva creduto che quel tema fosse mio, aveva pensato che l’avessi copiato da qualcuno o da qualche parte (oggi da insegnante conosco quello che è definito “effetto alone”, né più né meno che una immagine dell’alunno che il docente si è formata nella sua mente e che, anche a sua insaputa, incide sulle sue valutazioni).
Oggi che per ragioni anagrafiche non ho più motivi per mostrare un’eventuale mia bravura in checchessia né per recriminare contro chicchessia, posso serenamente pormi alcune semplici domande.
Il brillante diciottenne che prende la maturità col massimo dei voti, se s’iscrive alla facoltà di lettere e nel minimo dei tempi possibili si laurea magari con una brillante tesi – che so – su Montale, meritandosi anche la lode alla laurea, non si sente un po’ a disagio pensando che tutti i suoi successi non l’hanno fatto (o comunque non saranno quei successi a farlo) simile a Montale, che pure non seguì il liceo classico e che fu bocciato una volta a scuola?
O a Saba, che non proseguì i suoi studi ufficiali dopo il ginnasio perché non era uno studente brillante?
Oppure a Penna, che prese solo un diploma di ragioniere di cui peraltro non seppe cosa fare?
O a Pirandello, che dovette prendere la sua laurea in lettere a Bonn perché era entrato in contrasto con qualche professore nel suo paese, e a Bonn si laureò con una tesi sul dialetto di Girgenti?
E un brillante studente eccetera eccetera che si laurea eccetera eccetera in matematica o in fisica, non si sente a disagio pensando che Einstein fu bocciato in matematica da ragazzo?
Naturalmente non ho detto questo per potermi ritenere un genio incompreso o per incitare i ragazzi a perdersi dietro stupide fantasie invece di accostarsi ai libri con semplice curiosità.
Mi chiedo però perché il nostro sistema di studi oggi sta abbandonando la strada della comprensione dei ragazzi – che era faticosamente intrapresa negli anni più recenti – per tornare ad essere la vecchia gloriosa scuola che bocciò Einstein, che non insegnò i classici ai tre poeti più classici del Novecento italiano, che costrinse uno dei nostri maggiori scrittori ad andare in Germania per poter riflettere sul dialetto della sua piccola città siciliana.






















