“Dario scosta quelle mutande e fammi controllare”.
“Ma’… e dài no, è un mese che mi costringi”.
Patrizia sospirò.
“Dario, devo vedere se è uscito il tipico bersaglio. È importante.”
Il ragazzo aveva ruotato gli occhi verso l’alto e seccamente aveva abbassato i boxer mostrando le sue nudità alla madre, irrigidendo i glutei a morte. Si sentiva umiliato e indifeso, ma forse lei non aveva tutti i torti.
“Ci voleva tanto. Non c’è, possiamo stare più tranquilli”.
Maledetta campagna, maledette zecche. Negli ultimi tre anni Patrizia era diventata abilissima a perlustrare ed estrarle. Usava una pinzetta per le sopracciglia, non si era ancora decisa a comperare quella apposita. La posizionava saldamente ad afferrare la testa dell’odiato insetto e tirava delicatamente verso l’alto, assicurandosi poi che l’orrida bestia fosse intera, bocca inclusa.
Aveva sentito sempre storie angoscianti in merito.
Malattia di Lyme, encefalite, febbre botonosa.
Chi glie lo aveva fatto fare di trasferirsi in quel posto dimenticato da Dio? Avrebbe dovuto impuntarsi e restare dov’era con i suoi figli, lasciando Davide ai suoi deliri bucolici.
Ormai odiava persino il rumore delle galosce verdi e sporche del marito. Rumore che segnalava alla famiglia il rientro a casa del grande capo. Era tutto molto irritante.
Davide si chiudeva la porta alle spalle, lasciava le galosce vicino al portaombrelli ed entrava con i calzettoni sempre sudati. Andava in bagno a lavarsi le mani schizzando la specchiera e il pavimento e si sedeva a tavola, con i gomiti ben piantati e una fame sovrumana, senza togliersi i vestiti da lavoro, pieni di polvere, frammenti di spighe, sudore, fili d’erba.
E a volte pure zecche.
Aveva deciso di darsi alla pastorizia e all’agricoltura.
In una serata di novembre piovosa e abbastanza calda, appoggiato alla porta del salone, aveva annunciato alla famiglia che la sua intenzione era quella e non li aveva nemmeno interpellati, aveva deciso che era meglio per tutti. E basta.
A nulla erano valse le obiezioni di Patrizia e lo sconcerto dei loro due figli: furono come grida nel deserto.
“Allora ragazzi, la scuola?”
Barbara e Dario si erano scambiati uno sguardo di intesa.
“Papà oggi è il patrono. Oggi non si va a scuola e non si lavora”.
Sapevano entrambi cosa il padre stesse per rispondere.
“Il patrono. Per chi non ha voglia di lavorare, il patrono. Certo, non per me!” Tuonò con una certa vanteria nel tono della voce. Poi si versò un bicchiere di vino con un sorriso compiaciuto e insopportabile.
Madre e figli tacquero fino al termine del pasto.
Patrizia una notte fece un sogno. Sentiva suo marito tornare dai pascoli, era impegnato in una conversazione, presumibilmente al cellulare, riguardo a degli erpici, o giù di lì.
L’orrore fu vederlo entrare in cucina. Al posto della testa di Davide, c’era una zecca gigante. Era traslucida e piena di sangue, tesa, di quel color lilla tenue che la disgustava e la faceva rabbrividire. Le zampette mulinavano a vuoto. Era un sogno kafkiano, e Patrizia non riusciva a venirne fuori.
L’uomo zecca si era seduto a tavola, come nulla fosse. A quel punto Barbara era uscita dalla sua cameretta con un punteruolo in mano e aveva fatto esplodere la “testa” del padre.
“Sangue di pecora”
Aveva detto la ragazza con noncuranza.
Fu lì che Patrizia si svegliò: sul più bello, cioè mentre il sangue di pecora gocciolava sulla tavola.
Era leggermente sudata e fredda, il cuore le batteva forte.
Si girò nel letto e vide suo marito dormire pesantemente; provò fastidio, repulsione, soffocamento. Allora la notò. La lama di luce dei lampioni che filtrava dalle persiane, le mostrò una piccola zecca bella piena di sangue che si trascinava sulle lenzuola. Doveva averla riportata Davide dal pascolo.
Patrizia non si mosse, la osservò per quindici secondi che sembrarono eterni. Ripercorse nella sua mente, in un lampo, gli ultimi anni, e anche quelli più indietro.
Si alzò dal letto, lasciando che la zecca continuasse la sua passeggiata e andò in bagno a guardarsi allo specchio, trasognata. Non si soffermava sul suo viso da anni, probabilmente. Era diventata una factotum al servizio delle idee di suo marito, non c’era tempo e non aveva più senso specchiarsi, perdersi in frivolezze.
C’era ancora qualcosa di lei in quel viso teso e stanco, ma gli occhi erano cavi e opachi, le labbra pallide e i capelli, diradati.
Il bagno era in disordine, come sempre. Pedate a terra, asciugamani arrotolati alla bell’e meglio, un cacciavite e degli elastici abbandonati sulla lavatrice. Lo aveva riordinato solo dieci ore prima.
La stanchezza la raggiunse con un placcaggio violento, e subito dopo si trasformò in un furore tutto nuovo.
Tornò in camera da letto, la zecca era sparita. Di sicuro passeggiava in un punto imprecisato della stanza, gonfia e potenzialmente infetta.
Invece no.
Patrizia guardò suo marito, risalì con lo sguardo il petto mosso da lunghi respiri, indugiò sul collo, che lei sapeva arrossato e ruvido indovinandolo nel buio, e poi, e poi, di nuovo l’orrore. Le zampette mulinanti all’altezza di tempie ed orecchie; non più naso, occhi, labbra, ma solo il liscio gonfiore violaceo, e alla sommità del capo, l’angosciosa bocca infetta.
Voleva urlare, ma uscì un singhiozzo spezzato.
Non stava dormendo, ne era certa.
Lentamente uscì in corridoio e aprì la cassetta degli attrezzi. Non trovò di meglio che un grosso martello.
Saldamente in piedi al lato del letto, scalza e infuriata, indugiò per qualche secondo con l’arnese alzato sopra la testa, ma poi, con tutta la forza che aveva, lo batté sulla testa-zecca una, due, tre volte.
Il sangue imbrattò le lenzuola, la parete, imbrattò anche lei, ma non le importava niente.
“Sangue di pecora”, disse, ipnotizzata dalla testa fracassata di suo marito.


























