CentodAutore: ragioni e autori di una collana di poesia - 11

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Sul finire del 2014 gli artisti visivi Rossana Bucci e Oronzo Liuzzi hanno dato vita per le Edizioni Eureka dell’omonima associazione culturale, alla collana “CentodAutore”. Si tratta di pubblicazioni di poesia dell’area sperimentale di smilzi volumetti di una trentina di pagine in formato A6.

La scelta dei poeti pubblicati è ragionata in base alla qualità, meno per il nome dell’autore, il che rende l’operazione ancora più meritevole. Ogni volumetto è investito di una sorta di “opera unica” (numerate e firmate dall’autore) per via della personalizzazione della copertina, interventata da parte degli stessi, con tecnica e materiale a scelta. Piccoli gioielli di una collezione “ad arte”.

Fino ad oggi sono stati pubblicate dodici opere che qui presentiamo ricorrendo a stralci presi dalle varie prefazioni, corredate da un testo poetico.

*

Sin dalle prime pagine di Penultime battute (2017), di Giovanni Fontana, ci s’imbatte nella ripetizione, quasi sistematica, dell’incipit (per questi versi). La ripetizione di poc’anzi la possiamo definire come un legale all’oralità, alla poesia sonora (di cui Fontana è uno dei rappresentanti più importanti), al ritmo e alla musica. L’altro aspetto che salta all’occhio e l’occupazione dello spazio della pagina, fonemi dilatati in ogni punto come se fosse avvenuta una esplosione, che ci riporta all’altra occupazione dell’arte fontaniana: quella visuale, concreta. Qui intesa come annullamento del campo semantico ormai rinchiuso in un cerchio che ha perso la valenza innovativa e del banale significato, per un allontanamento dell’oblio del linguaggio e della poesia in generale.

La ricerca di Fontana si poggia anche sull’accorpamento di parole diverse (strettotralegambe, ipodermoschermo, fondavanzo…) per una composizione che indebolisce i significati per far posto ai significanti, ma rappresentano (vedi ipodermoschermo) anche un attacco alle demenze che siamo costretti a sopportare dal tubo catodico, dove la cifra più evidente è la rissa, lo schiamazzo, i pianti finti, la politica asservita. «E  poi – ci dice Francesco Muzzioli nell’introduzione – omofonie, come “rovelli / riverberanti”, paronomasie, “ribatte e sbatte”, “tremito di tregua”, e molti altri episodi linguistici che il lettore ritroverà quasi ad apertura di pagina»:


7.

dietro la portamorta

silenzionienteniente

raccordato al semema della tuanottenotte

:

assopirsi

fu stringersi a questi versi

 

che nulla hanno da dire

              oltre il nulla nulla

                           ché mai linguaggio fu

                                              più inadeguato 

Ad una prima lettura, si potrebbe azzardare che queste 23 poesie girano intorno a una dimensione distante da un impegno socio-politico, da una proposta politica, ma non da quella sociale (“la mappa dei migranti già converte / la tara delle luci in corpi morti”), da una utopia di una società migliore, “ché / c’era una volta / il miracolobacolo dell’utopia sociale”.

Gli squarci nel corpo della parola e nella materia del linguaggio eseguiti da Fontana come un chirurgo, lasciando sul foglio lacerti e frammentazioni, intendono allontanare la valenza simbolica che si manifesta “per catene servili di fonemi stramorti”, una sperimentazione che resta poesia, «che qui si presenta, infatti, nella scansione frammentaria di una serie di sezioni-pagine numerate che potremmo forse a buon diritto nominare “quadri”, contiene uno sviluppo poematico che lo spinge verso una catabasi  incentivante volta, come vedremo, verso le estreme conseguenze, segno che l’esperimento, nel mentre tende a riformulare felicemente la materia della significazione, tuttavia ne contempla le difficoltà e i limiti, se non si vedono nello stesso tempo le infelicità sociali che il linguaggio comune non  riesce  a estrinsecare» (F. Muzzioli).

Per chi non conoscesse Giovanni Fontana (poliartista, performer, creatore di “romanzi sonori”, con all’attivo numerose pubblicazioni di volumi e dischi di poesia sonora, nonché un cinquecento mostre collettive di poesia visuale), «pur non abbandonando affatto il campo in cui eccelle della voce in movimento (per usare il titolo di un suo libro complessivo), si è applicato con ottimi risultati anche alla sperimentazione “lineare”, calibrando anche in quella l’energia combattiva e sorprendente propria della performance sonora» (F. Muzzioli). Infatti è autore di numerose pubblicazioni in forma tradizionale e multimediale. Il suo primo libro è il testo-partitura Radio/Dramma (Geiger,  1977), l’ultimo Déchets (Dernier Télégramme, 2014). Teorico della poesia epigenetica, ha scritto numerosi saggi, tra i quali La voce in movimento (Harta performing, 2003 – con CD) e Poesia della voce e del gesto (Sometti, 2004).

Concludendo diremmo che non c’è brillantina su queste poesie che nascono dallo strazio e dal dolore dell’impossibilità di uscire dalla normativa istituzionale della cultura, dal silenzio del quotidiano che si avvia verso il disastro, che le spezzature di parole che riformulano la materia e il contesto in cui si palesano, ovvero un pre-testo, dovrebbero abituarci a disegnare una nuova via. «In generale, potremmo dire che in “questi versi” il ritmo è tutto: sostenuto, molto più che dalla misura metrica, dalle riprese e dai rilanci anaforici» (F. Muzzioli).

Questi testi denunciano uno stato comatoso dove la poesia è rappresentata da false promesse, da lacrimevoli emozioni. E questo di Fontana, «Essendo un linguaggio cifrato, potrebbe essere proprio questo il suo significato connotativo principale: insomma la poesia parla in cifra e la sua cifra non è quella che si aspetta un determinato “orizzonte di attesa”. […] Fontana crede all’impulsione dell’arte; ciò che vuole produrre è simile all’“innervazione del collettivo” che Benjamin vedeva come esito del surrealismo. Per usare la parola del testo: il risveglio della “coscienza  tattile”, mediante sommovimenti e controtraumi» (F. Muzzioli).

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