Centodautore: ragioni e autori di una collana di poesia - 12

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Sul finire del 2014 gli artisti visivi Rossana Bucci e Oronzo Liuzzi hanno dato vita per le Edizioni Eureka dell’omonima associazione culturale, alla collana “CentodAutore”. Si tratta di pubblicazioni di poesia dell’area sperimentale di smilzi volumetti di una trentina di pagine in formato A6.

La scelta dei poeti pubblicati è ragionata in base alla qualità, meno per il nome dell’autore, il che rende l’operazione ancora più meritevole. Ogni volumetto è investito di una sorta di “opera unica” (numerate e firmate dall’autore) per via della personalizzazione della copertina, interventata da parte degli stessi, con tecnica e materiale a scelta. Piccoli gioielli di una collezione “ad arte”.

Fino ad oggi sono stati pubblicate dodici opere che qui presentiamo ricorrendo a stralci presi dalle varie prefazioni, corredate da un testo poetico.

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Intuizioni (2018, pp. 34) del poeta bolognese Gian Paolo Roffi è il 13° volume pubblicato dalle Edizioni Eureka nella collana “CentodAutore”. Gian Paolo Roffi (Bologna, 1943) è poeta di lungo corso, un poliartista proveniente dall’area letteraria, per studi e attività. Ha scritto testi per spettacoli musicali (Con gli occhi di Simone [1978], “canzone” dedicata alla scrittrice e militante rivoluzionaria Simone Weil, e Ricordando Milly [1981]). Gli anni ’80 coinvolgono Roffi nell’area della “Poesia totale” teorizzata da Adriano Spatola con il quale collaborerà intensamente fino alla sua scomparsa avvenuta, per infarto, nel 1988. Come poeta lineare ha pubblicato le raccolte Reattivi (1984), Madrigali (1986), Perverba (1988) e Contesti (1997). Come poeta visuale, invece, ha realizzato la serie di tavole L’immagine del respiro (1986-87), Schizografie (1988-89) e i volumi Voli (1991); Segni & Segni (1997); Letterale (2000); Della Luna (2008); Syncrasies (2011); Sintassi dei frammenti (2013); Recovered Words (2016). Attivo anche nel campo della poesia sonora, ha partecipato a performance ed è presente in antologie, LP e CD, raccogliendo la sua produzione sonora in 2 CD, Vox (2009).

Intuizioni si apre nel segno dell’alter ego (una delle tre sezione di cui si compone questo volumetto: oltre ad “Alter ego”, “Sequenze” e “Intuizioni”, sezione che dà il nome al titolo), ossia dell’altro da sé, del già dato e del già visto, un percorso nel campo della poesia sperimentale, fatta di sovrapposizione, di frammenti del corpo e della voce con una semantica del significante; una mobilità linguistica che demolisce le usanze, le convenzioni, per mettersi sempre in discussioni con dilatazioni e raddoppi di parole, nonché un percorso di ritmo che si sottrae alla facile fruizione, a un qualunquismo intimistico-emotivo per riconoscere qualcos’altro tra i meandri del linguaggio:

Alter ego

specchio ritardatario di coscienza

specchio d’adolescenza

profetica valenza:

 

questa immagine     questa

tarda risoluzione.

questa ripetizione

di sistemi abusati

di moduli rinviati

di ricorsi obbligati.

 

restano tracce avare     contenute.

si contendono mute

la doppia coerenza (p. 5)

Intuizioni si snoda soprattutto lungo una progressiva identificazione di sogno e realtà, di paronomasia (conforme/difforme; niente/mente; distratto/contratto; sentire/patire…); il testo si serve del corpo per una infinita varietà di forme di pieni/vuoti, dove ‒ si legge in uno degli aforismi posti in epigrafe ai dieci testi che compongono la sezione “Intuizioni” ‒ «Il poeta medita sulla precarietà di tutte le cose materiali e immateriali che occupano il suo spazio esterno ed interno»:

che resta     infine   poi     di quello che

noi siamo     noi facciamo

di quello che pensiamo

nel silenzio     di quello

che talvolta diciamo.

 

immagini trascorse     traslate

fotografie sbagliate

carte segrete     oggetti

conservati     reietti

nel fondo dei cassetti.

 

nella memoria altrui     poche parole

approssimate     scompagnate     sole (p. 19).

Ulteriore snodo si materializza lungo la possibilità di un’ipotesi di scrittura materica, biologica, quasi come una malattia che “infetta” e debilita le false certezze di una cultura ipnotica e pacifica. Ogni testo conserva sempre un quid d’irriducibilità, un nihilismo, una funzione orizzontale e zigzagante, attraverso fulminee accelerazioni antisacrali. Esplicativa è la tendenza a “significare” una impossibilità, a tradurre in segni antilirici e politicamente versificati l’universo interiore delle cose, del mondo e ricominciare. Che cos’è in fondo la poesia se non il rendere possibile l’impossibile?: «ascolteranno     forse     queste foglie / quello che dico     quello che ripeto / nella mia mente     quello che domando / di volta in volta     intento / aspettando risposte…, p. 27».

Finzione, gioco, ironia, rovesciamento del senso diventano “corpo” e “voce” di una “allegoria del nuovo”, di una speranza di scrittura conflittuale e contraddittoria, tesa tra un corpus materico e una visione dinamica del mondo. Roffi ha sempre riposto ogni speranza in una poesia “rivoluzionaria”, in una poesia del vedere, del sentire, del camminare. Assemblata da una «necessità di una “ascesa”, certo non mistica, di una “forza”, certo non superumana ‒ come giustamente ci fa notare Adriano Spatola nell’introduzione a Reattivi ‒ la poesia non è più soltanto un gioco fantastico, diventa uno strumento utile ad allargare l’orizzonte interpretativo, sia pure per vie sotterranee o ambigue», disfacendo e ritessendo il segno: «ad occhi chiusi     stare.     ad occhi chiusi / senza pensare     senza / - per questo -     rinunciare / al calore del corpo     alla presenza / della materia viva…, p. 9»).

È una poesia che si sposta in varie direzioni questa di Roffi; essendo la poesia né un’arma né un veicolo (ma può diventare entrambi), ecco che lo “spostarsi” di Roffi non può che percorrere il senso contrario dello scorrere del testo e costringersi a scorrere ogni qualvolta il fare assume i connotati dello scontato. La lingua si carica fino ad esplodere per poi ricomporsi nel luogo di un infinito senza infinito, in quell’area che chiamiamo attesa, resistenza. Il tentativo è di frantumare dall’interno il significato, i falsi sentimenti, le false promesse politiche, l’ipnosi di un mercato globalizzato, innalzandoli e sprofondandoli, ormai obsoleti, per un linguaggio ossessionato a riconoscere qualcos’altro sul limite dell’impensato. Testi che sembrano confermare la solitudine e la nullità dell’uomo di fronte alla parola che sfugge ad ogni tentativo di renderla conoscibile, nonostante il guardare al di là delle apparenze. D’altronde, ci dirà lo stesso Roffi nell’introduzione, Intuire è «”guardare dentro” […] col doppio significato di “immagine riflessa nello specchio” e “contemplazione. Dunque, guardare dentro le cose, le occasioni, le situazioni. Guardare, anche, l’immagine sé” da osservare, da “contemplare”» (p. 1).

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