CentodAutore: ragioni e autori di una collana di poesia - 7

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Sul finire del 2014 gli artisti visivi Rossana Bucci e Oronzo Liuzzi hanno dato vita per le Edizioni Eureka dell’omonima associazione culturale, alla collana “CentodAutore”. Si tratta di pubblicazioni di poesia dell’area sperimentale di smilzi volumetti di una trentina di pagine in formato A6.

La scelta dei poeti pubblicati è ragionata in base alla qualità, meno per il nome dell’autore, il che rende l’operazione ancora più meritevole. Ogni volumetto è investito di una sorta di “opera unica” (numerate e firmate dall’autore) per via della personalizzazione della copertina, interventata da parte degli stessi, con tecnica e materiale a scelta. Piccoli gioielli di una collezione “ad arte”.

Fino ad oggi sono stati pubblicate dodici opere che qui presentiamo ricorrendo a stralci presi dalle varie prefazioni, corredate da un testo poetico.

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«Le parole di Antonio Spagnuolo sono piene e scorrono nel sangue vitale, emergono dalla profondità del vivere, sicure sconfinano nel continuo movimento dell’essere, affiorano e si aprono al mondo. Versi che non confondono il dire e non cadono nel vuoto. Promettono. Vanno oltre. Si aprono. Chiedono attenzione». Così Oronzo Liuzzi nella prefazione Per frantumi delle palpebre in silenzio, ci introduce nei testi di Sospensioni (2016, pp. 34) di Antonio Spagnuolo, decano dei poeti napoletani (è nato a Napoli il 21 luglio 1931), con una produzione editoriale alle spalle di una quarantina di volumi pubblicati, alcuni tradotti in francese, inglese, greco moderno, iugoslavo, spagnolo.

Cosa promettono questi versi? Il vivere l’immensità del tempo e del dolore della donna amata che ha lasciato questa terra di recente, sospesa tra il visibile e l’invisibile, la speranza e il sogno, la densità della materia e il ricordo tra eros e thanatos:

 

“Immagini”

 

Per raccontare illusioni alla luna

devo ritrovare le immagini del mondo che sparisce.

Forse nel brillare del motivo, che alla deriva insiste

nell’incerta lontananza, bisogna ricucire le ore

che hanno ferito il corpo disciogliendo leggerezze.

L’approdo del silenzio è la rinuncia

che diventa uno sguardo perduto nel tuo segno,

ed il ricordo ha il marmo che scolpisce

grigio il residuo della memoria,

attimi nell’aspro separare il tuo ritorno. (p. 25).

Sono triste le giornate senza la propria amata, anche se il poeta avverte la sua presenza in ogni dove, in ogni istante della giornata. Ma è una presenza velata dai ricordi, dove si costruisce l’illusione di un possibile ritorno, di una palpito che affanna (naturalmente siamo nel campo del desiderio), di un improvviso battito di ciglia, di un sorriso infine clandestino sdrammatizzante, di un risplendere d’estate.

Le parole, il beffardo disincanto, l’azzardo di una voce che chiama tra i riflessi della luce «inseguono il rumore della gente / che non conosce la soglia del cielo / e cede all’ombra dei frammenti / tra le ciglia e gli sguardi. / L’orizzonte incide la tua assenza / che aleggia timorosa indecisa / nell’eterna vendetta dell’infinito» (p. 17).

Il profilo del proprio amore mai dimenticato rincorre i colori dell’attesa, tra le mura di casa che diventano una prigione. Il volto della donna amata lascia un segno ancora vivo, una speranza «… che scioglie il fulgore di una follia», un vuoto non ancora colmato e che forse non sarà mai colmato: «La perdita di una donna ancora innamorata, dolce e culturalmente ricca, con la quale ho trascorso ben 63 anni di vita in comune, è stata un duro colpo dal quale non riesco a svincolarmi, anche a distanza di circa quattro anni. L’angoscia corrode quotidianamente e il dolore sussurra frasi delicatamente sospese tra il sogno e l’illusione, tra la rabbia e  le memorie, per divenire pungolo esistenziale […] La poesia è divenuta per me, in questi ultimi tempi, quasi un colloquio necessario con la figura eterea di chi non è più presente materialmente parlando. L’assenza corporale, l’assenza della “carne”, stimola le circonvoluzioni cerebrali per la ricerca di una parola indicibile ed eterna. Scommettere tutto sulla poesia, alla quale ho dedicato tutto me stesso. Nella poesia àncora di salvezza, ho trovato la ragion di vita, pur tra tante illusioni e delusioni che spesso gettano in uno stato d’animo di sconforto se non di vera e propria angoscia» (A. Spagnuolo):

“Illusione”

 Come vorrei parlarti ancora un poco

fra le tue nuvole che non hanno senso

fra queste mura rimaste inaridite

nel faticoso ricordo che non ha più luce.

Incredulo io aspetto ancora un segno,

un leggero sfiorare del tuo labbro,

nuovamente dischiuso alla speranza.

Ma il pallido colore delle tue moine

sfugge allo specchio, nel vortice del sogno,

inarca per l’ignoto forme cangianti. (P. 21)

L’assenza, dunque, è il sentimento principale di queste Sospensioni, un sentimento dell’infinito catapultato nelle parole, nell’amore per la poesia, come nel suo ultimo volume, Canzoniere dell’assenza (Kairós Edizioni, 2018), in cui, oltre ad una musicalità non lirica, tra tradizione e modernità, tra ricordi e vuoti, emerge, appunto il sentimento dell’assenza che «diventa dunque metafora di una perdita ancor più radicale e universale, quella del senso della vita, tanto che l’autore, smarrito, può sentirsi vittima inerme di “un Dio inclemente”.

Ma per fortuna a soccorrere il poeta nel vuoto che si spalanca è la clemenza della poesia, con la sua “musica lieve, modulata”» (Sauro Damiani, in «Poetrydream», 1 luglio 2018).

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