Una parola che si fa segno, un segno che si fa parola

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È da poco uscito per Mimesis Edizioni (maggio 2016), il secondo volume della collana “Il Risorgimento della Poesia Visiva”, curata da Adriano Accattino. Il volume in questione è Angolanimi del pittore e poeta romano Bruno Conte, introdotto dallo stesso Accattino. Si tratta di una scrittura poetica che interagisce sullo stesso piano col disegno o con segni altri, per es. parole scritte a mano, graficamente accattivanti, costruita (sì, perché queste poesie sono costruzioni di parole intersecanti e concatenanti) non più dal centro del linguaggio ma da una prospettiva angolare, sia fisica sia filosofica, caleidoscopica. Un punto di vista privilegiato dove il poeta si libera dei canoni codificati del “centro” (si trovano tutti al centro del linguaggio le codificazioni che frenano la vena alternativa e di ricerca di un poeta come Conte) e s’incammina non senza fatica verso «La voce del foglio piegato / angolinea / tra il bianco avverso / di bianchi versi / combacianti mancanti / compresso nesso / depoesia / lungo la sete di assente» (p. 32).
Il depoetare di Conte (non mi è nuova questa tendenza: alla fine degli anni ’90 ne ho teorizzato aspetti e tendenze a proposito della mia scrittura) è una ricerca poetica riflessiva e dirompente dove parole “costruite” s’intromettono tra altre già esistenti e “invadenti” per una scrittura asemantica: «Dal di fuori / di sguardo in sguardo / le cose alimentano la propria immagine / separata segreta in sé / scolpita pittura composta sovrapposta / aperta al vento dell’incompiuto / stile per caso» (p. 25).
Bruno Conte è pittore di lunga data. Nel 1959 (quando io nascevo), a venti anni, inizia ad elaborare immagini con testi poetici per un’intensa attività espositiva (Biennale di Venezia, Quadriennali di Roma, Uffizi di Firenze, Mart di Trento e Rovereto, Biennale San Paolo del Brasile, Moma di New York), ma nel contempo sviluppa anche un’altrettanta intensa attività letteraria, spesa tra racconti e poesie. «Per nulla enfatica, infatti, anzi sempre sorretta da un mirabile senso della misura, da un raro understatement, è la sua prassi estetica in cui fantasia e pensiero si fondono armonicamente, sempre condotti sull’oscillante crinale di un’indagine sulle forme del mondo viste e percepite nella loro essenza precaria, sfuggente, epifanica, umbratile, assieme minimale ed arcana.
Qui ci troviamo di fronte a dei fogli di “testi-immagini” che fanno corpo unico e indivisibile, ad una integrata trama e grana di parole e disegni che vengono a comporre una pregiata galleria di tavole verbali-visuali dove, diversamente da quel che accade in tanta produzione verbovisiva passata e presente, risalta la forza e l’autonomia di senso del testo scritto, ma al contempo esso oltrevalica il proprio confine e si iperpotenzia nell’immagine grafica» (Marco Palladini, Un dittico di poesia, in «Malacoda», Anno 2, n. 6, luglio 2016).
Il volume termina con una riproduzione di un’opera oggettuale, Cosmoverso (2014) come per sentenziare il ritorno del poeta al suo primo rapporto con l’arte, cioè alla pittura. A conclusione, ancora Palladini: «L’arte di Conte produce immagini tangenti, falotiche, talora appena accennate, talvolta quasi infantili, apparentemente semplici (“la semplicità è difficile a farsi”, diceva Brecht). Segni basici: ghirigori riccioluti, fantasmatiche spirali, quadrati inconclusi, segmenti di scale, forme amebiche, silhouettes smacchiate, fili e viluppi calligrafici, semicerchi, linee tremolanti o ficcanti o incrociate come bacchette sparse di Shangai, schizzi di panorami, puntinismi e liquidità imprendibili, angolature raggianti, profili umani decostruiti, vedute prospettiche sul nulla» (ibid.).
Per un’analisi più larga, abbiamo chiesto soccorso ad Adriano Accattino, come dicevamo, curatore della collana e prefatore del volume in questione.

 Ci definisca un po’ l’artista Bruno Conte.

Bruno Conte è un artista di forte fibra e di ampia azione: è un poeta di scavo linguistico: si sente subito, leggendo qualche sua riga poetica, come sia interessato alla ricerca verbale con invenzioni e proliferazioni che conducono ad esiti freschi e interessanti.

Come definirebbe queste poesie?

Se dovessi qualificare con un aggettivo le sue poesie, le direi: intelligenti, di un autore in cerca perenne, che inventa parole nuove ed espressioni inaudite.

Ci sembra interessante l’accumulo verbale tra il gioco e il paradosso, correlato da segni, disegni dello stesso autore, messi sullo stesso piano semantico, che «si sovrappongono a contrasto / affermazione / negazione…». C’è dell’altro?

C’è una finissima cucitura, fra le poesie e i disegni, una cucitura disegnata dal testo sul retro del foglio che teniamo in mano.

Il tono di questi versi ci sembra a volte conclusivo, altre volte interrogativo, riflessivo e responsabile. Ci troviamo di fronte ad un libro verbo visuale. A tal proposito, può definirci che cos’è per lei la poesia verbovisuale o visiva, se preferisce questo termine?

La definizione della Poesia visiva è così vasta da poter ospitare un numero e una varietà enorme di imprese poetiche. Io immagino un arco disteso che rileva ad un’estremità una pittura che si è un po’ distinta dalle altre, mettendosi su una strada di parola. In questa estremità la pittura è toccata da qualche frangia di lingua, almeno nelle intenzioni segrete dell’autore, anche se nulla di rilevabile appare sulla tela.   

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