Poeti in Campania: intervista a Bruno Di Pietro

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Il poeta campano che andiamo ad intervistare è Bruno di Pietro (1954). Vive e lavora a Napoli. Ha pubblicato: Colpa del mare (Oèdipus Salerno-Milano, 2002); SMS e una quartina scostumata (D’If, Napoli, 2003); Futuri lillà (id., 2003); Acque-dotti. Frammenti di Massimiano (Bibliopolis, Napoli, 2007); Della stessa sostanza del figlio (Evaluna, Napoli, 2008); Il fiore del Danubio (id., 2010); Il Merlo maschio (Laboratorio di Nola, 2011); Minuscole (id., 2016); Impero (Oèdipus, 2017). È presente nelle antologie: Mundus. Poesia per un’etica del rifiuto (Valtrend, Napoli, 2008); Alter Ego, Poeti al MANN (Napoli, Errico Ruotolo, 2012); Opere 1961 - 2007 (Fondazione Morra, Napoli, 2012). Con Gabriele Frasca, Mariano Bàino e Nietta Caridei ha fondato la casa editrice d’If.

Come ti sei avvicinato alla poesia? C’è stato qualcuno che devi ringraziare per averti dato, che so, dei consigli di come muoverti nel tuo percorso artistico?

A scuola naturalmente. Al Ginnasio, Leopardi e Foscolo. Ma la vera “svolta” ci fu a 16 anni quando lessi per intero l’Orlando Furioso. Un amore per Ariosto che ancora conservo. Ci scrissi un saggio che conservo con cura. Quel lavoro fu vera officina. Poi la seconda “svolta”. Incontrai Eliot, “Prufrock” naturalmente. E non sapevo allora di avere incontrato anche un poeta che per me sarà importante: Roberto Sanesi.

Ai primi tentativi di scrittura arrivo tardi, nella metà degli anni ’80. Cosa quasi ovvia se pensi che io non sono il tipo che ama mettere su carta sentimenti, emozioni, albe e tramonti. E che sono anche il tipo che considera la lettura attività ben più importante della scrittura.

Devo ringraziare più di una persona. La prima è Nietta Caridei, severissima italianista, che mi volle nel 2001 insieme a lei, Gabriele Frasca e Mariano Baino, come fondatore delle Edizioni d’If. Gli stessi Gabriele e Mariano per motivi diversi. Il primo per la cura che mi ha trasmesso per le forme, il secondo perché ha creduto in me al punto da condurmi alla prima pubblicazione. E infine Mimmo Grasso che dal 2002 in poi è diventato un punto di riferimento (anche affettivo) molto importante.

Quali programmi hai in cantiere?

Un cantiere per ora non c’è. Diciamo che è in allestimento. Ho pubblicato Minuscole nel 2016, Impero nel 2017, Colpa del mare e altri poemetti nel 2018. Sono un po’ vuoto. Ti posso dire che sto riflettendo e lavorando sul tema del “dove dell’Altro” (il suono della voce, lo sguardo, il gesto). Una anticipazione abbastanza corposa è stata data nella Rivista «Frequenze Poetiche» (n. 8). Dove c’è anche una nota esplicativa. Un lavoro che, provvisoriamente, reca il titolo Come se il sole calasse ad Oriente. E reca una riflessione in poesia su temi toccati da un filosofo che ho letto molto fra il 2017 e oggi e che è Byung Chul Han.

Come vivi la cultura, la poesia, nella tua città, nella tua vita? Trovi difficoltà e quali?

Io dico sempre che Napoli è una città antidepressiva. Se ami la cultura non devi far altro che uscire di casa. Offre moltissimo. Dalla poesia all’arte, alla musica. Di tutto di più. Per me la città è quasi una terapia.

Piuttosto, a Napoli come altrove, osservo un fenomeno che mi preoccupa, relativamente all’atteggiamento degli intellettuali i quali, poeti inclusi, sono caduti nella rete dell’autopromozione: pensano solo a se stessi. Impera il conformismo. L’antagonismo è più affermato che praticato L’intellettuale non si espone. È morta la domanda di senso. I poeti guardano il loro ombelico, leccano le proprie o altrui ferite, celebrano requiem. I narratori ambientano storie d’intrattenimento o saghe poliziesche come se in ogni strada di quartiere ci fossero un inafferrabile serial killer e un affannato commissario di polizia che indaga. Recentemente ho visto riemergere in poesia una “urgenza di politica”. Nella esperienza di “Poesia in galleria” (che organizzo con Melania Panico) nella storica Libreria Evaluna di Lia Polcari ne abbiamo parlato. Con Paola Loreto, Vincenzo Frungillo, Alessandra Carnaroli, Luca Ariano, Ferdinando Tricarico, Alfonso Guida e altri. E speriamo di aver seminato qualcosa.

Oggi, con la crisi dell’editoria, pubblicare un volume non è semplice: le grandi case editrici non ti filano se non sei legato politicamente o a risorse economiche, e le piccole ti chiedono contributi economici, spesso esosi. Per non parlare poi della poesia che, seppur prolificante, è rinchiusa in “cripte” elitarie. Hai riscontrato difficoltà editoriali durante il tuo percorso, e se sì, per quali motivi?

Mi dichiaro fortunato. Ho dal 2001 un ottimo rapporto con la Oèdipus Edizioni. Francesco Forte è uomo colto, sensibile, attento e privo di pregiudizi. Non impone spese agli autori. E’ ben assistito nella cura grafica. Ha un bellissimo catalogo. Certo poi stiamo parlando di un editore medio-piccolo meridionale. Con tutte le difficoltà del caso. Ma devo dire che quando un suo autore segue il proprio libro non si risparmia né si sottrae. Ognuno deve fare la sua parte.

Se dovessi paragonare la tua poesia ad un poeta famoso, a chi la paragoneresti? Quale affinità elettive ci trovi con la tua poesia?

Non so risponderti. Mi sento tanto piccolo e non riesco a paragonarmi ai grandissimi che amo. Il libro dei “debiti” del mio scrivere è talmente vasto che farei torto a qualcuno se pensassi di rispondere con due o tre nomi. Ti posso dire che sul mio comodino c’è da mezzo secolo la edizione Oscar Mondadori delle poesie di Thomas Stearns Eliot nella traduzione di Roberto Sanesi.

A questo punto parlaci della tua poetica, di come lavori. Qual è il tuo intento?

Quale è l’intento? Hegel sostiene, nei Lineamenti di filosofia del diritto, che la filosofia è simile alla “Nottola di Minerva” (uccello sacro alla dea della sapienza) che inizia il volo solo al crepuscolo, quando il sole è già tramontato. Il filosofo vuole dire che la filosofia sorge quando una civiltà ha ormai compiuto il suo processo di formazione e si avvia al suo declino. Io ho sempre avuto l’ambizione di cambiarlo il mondo. Ebbene in tutta la mia vita, fin quando ci sarà, io cercherò di fare in modo che la nottola di Minerva non inizi il suo volo solo al crepuscolo. E cercherò di farlo anche attraverso la mia scrittura in versi.

Come lavoro? Leggendo. È la lettura la mia officina. Certo poi c’è la vita. Ma quella fa, come si dice in musica, da “basso continuo”.

La soddisfazione maggiore – se c’è stata – che hai raccolto nel mondo letterario?

Non sono un “decorato”. Non ho mai vinto un premio. In verità non ho mai partecipato, salvo al Premio Napoli con Impero. Non credo nei premi. Sono, salvo rarissime eccezioni, autoreferenziali.

La più grande soddisfazione è stata il vedere come Colpa del mare sia da 17 anni ancora letto e richiesto. E tanto mi basta.

Cosa pensi dei libri digitali? Possono competere con l’editoria tradizionale, cioè con quella cartacea e perché?

Penso di no. Gli e-book sono in calo dopo che all’inizio del millennio sembravano avere decretato la morte del libro cartaceo. E lo penso perché la lettura in video ha un che di liquido, di labile, di qualcosa che non resta. E così anche la scrittura. Io poi sono un maniaco della scrittura a mano, amo penne , pennini, matite, temperamatite, quaderni. Penso che il tramonto del libro cartaceo sia molto lontano.

Qual è il tuo rapporto con la politica?

Ti ho già risposto prima. Faccio politica da quando avevo 14 anni. Era il 1968. Impegno calato dopo la laurea e l’inizio della professione di avvocato. Ma negli anni ’90 sono stato per circa 10 anni uno dei massimi esponenti nazionali del sindacalismo forense. Considero la politica la più importante delle attività umane. E sono a disagio in un’epoca in cui sembra deperire l’impegno.

Come vivi la quotidianità?

Sono un abitudinario. Ma di cose da fare ne ho parecchie . Il lavoro prende molto tempo. Mi dedico agli affetti familiari e ho cura della casa. Un ambiente “bello” è per me condizione essenziale per qualunque altro genere di attività. Ho una biblioteca da fare invidia. E con quella coltivo la lettura e la scrittura.

Oltre alla poesia, di cosa ti occupi?

Soprattutto di filosofia e storia. E di musica. Del barocco sono un buon conoscitore. Così come della musica sacra. Ma amo anche la musica che molti dicono “leggera”.

Mi occupo anche di diritto, per motivi di lavoro.

Se potessi cambiare lo stato comatoso in cui vive oggi la nostra società, quali sarebbero le tue soluzioni, le proposte?

Sciascia diceva che per battere la mafia occorrevano tre generazioni allevate a Mozart. Per uscire dal coma occorre a mio avviso un gigantesco investimento in cultura, arte, ricerca scientifica. Coltivare la “bellezza” come obiettivo politico prioritario. Coltivare la “conoscenza” per accrescere la “qualità della vita” e attingere la “felicità”. Senza troppi arzigogoli: Scuola, Università, Conservatori, Musei, Biblioteche hanno necessità di denaro. E di persone preparate.

Insomma l’esatto opposto di quello che sta accadendo in Italia dove sembra ci si debba vergognare di avere studiato.

Qual è la tua ultima fatica editoriale? Puoi parlarcene?

Cantiere in allestimento. Quindi pre-editoriale. E rinnovo il rinvio alle anticipazioni date in «Frequenze Poetiche». Qualora Come se il sole calasse ad Oriente dovesse arrivare nelle “Baie” il tutto finirà nelle mani di Francesco Forte. Posso anche dirti che sto seguendo una linea di ricerca sulla figura femminile nel sacro: ma siamo solo ai primi passi.

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